«Una carriera negata dagli infortuni. Giocare con Maradona è stata la mia grande consolazione»

Il racconto di chi ha visto il mito del calcio da molto vicino


Napoli, Quartieri Spagnoli- agosto 2020 (foto UGO SPLENDORE)
Napoli, Quartieri Spagnoli- agosto 2020 (foto UGO SPLENDORE)

 

 

di UGO SPLENDORE

Il viaggio nel calcio di Diego Armando Maradona è stato prodigioso e lungo il giusto. Deprimeva vedere il giocatore magico che aveva segnato il gol del secolo, il genio che veniva malmenato dalle difese (oggi quei trattamenti produrrebbero un bagno di cartellini rossi), il cipollotto diventato santo protettore di ogni quartiere del mondo derubato dei sogni e delle speranze, sedersi stanco sulla panchina di una modesta squadra d’Argentina. La fine è arrivata come un gol che era nell’aria. Andata e ritorno facili da ricordare: 1960-2020, e Live is life in sottofondo. Il tempo del Diez si è consumato prima attorno a una cifra calcistica inarrivabile, poi nell’entra-esci dall’oblio e infine in una camera ardente di Buenos Aires. Dove la processione, ipnotica, iniziava con la gente che si detergeva le mani (la mano di Dio, le mani del pueblo) e terminava davanti al feretro tra lacrime e incitamenti, come a dirgli: Diego risorgi, levàntate! Impressionante.

Che dire. Beati quelli che l’hanno visto giocare dal vivo e quelli che ci hanno giocato insieme. Fortunati quelli che possono raccontarlo. Questo ricordo del più grande giocatore di tutti i tempi prosegue con un racconto scritto nel 2002, tratto da un’intervista realizzata per il giornale Luna Nuova a Enzo Campolattano, un ragazzo che giocava nella squadra Primavera del Napoli nel pieno della gloria del Santo. Le cui gambe erano reliquie già in vita. 

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L'immagine-simbolo di questo sito. Buenos, Aires, maggio 2011: Boca Juniors-River Plate 2-0.

Matias Almeyda, espulso, sfida il tifo della Bombonera. (foto UGO SPLENDORE)