El Diablo


Dal libro «Da Tardelli in poi» (2002)

Sembra il Polo Nord e invece stiamo attraversando il gelido Salar di Uyuni, in Bolivia, a 3600 metri d’altezza. Un mare bianco di sale, soltanto sale.

Il diavolo, con il suo pallone di cuoio, è saltato oltre quelle montagne color prugna là in fondo, perché alla fine il suo destino è giocare oltre i confini. Ma l’ombra, il ghigno, la zazzera e il tacco vagano come spettri in mezzo a queste lande soggiogate dal vento. Il diavolo tra un po’ è ora che si ritiri.

Doro guida la jeep che gli dà da vivere ogni giorno. Avrà una quarantina d’anni. Ha denti che sembrano fossili e odora di latte rancido, ma forse è la pelle di lama sul sedile che puzza così. Porta un paio d’occhiali da sole, a specchio, che non metterei manco sotto tortura. Sono rigati, sporchi, e gli coprono le gote fino a metà. Doro ha sonno. Lo noto dalle traiettorie non più pulite sulla pista. Per fortuna non c’è pericolo di andare fuori strada. Il Salar di Uyuni è uno specchio di 12mila chilometri quadrati dove non s’incrocia anima viva se non qualche turista a bordo di fuoristrada. C’è il pericolo del ribaltamento, quello sì. Una brusca sterzata e rotoliamo come una balla di fieno.

Devo tenere sveglio Doro. Ma come? Abbiamo già parlato di sale e miniere e turismo e speranza. Tutto questo è l’altissima Bolivia, il Tibet del Sudamerica, dove una volta c’erano miniere d’argento tanto abbondanti da lastricare l’intero stato. Le hanno aspirate e poi abbandonate. Oggi ci sono regioni rurali disadorne dove non crescono che problemi. Non esiste uno sbocco al mare. In compenso c’è un oceano sotterraneo di riserve di stagno, da Oruro a Potosì.

Il sottosuolo è la ricchezza della Bolivia, eppure questo è lo stato più povero del continente dopo Haiti. Nel 1951 i minatori hanno messo alla frusta l’esercito favorendo l’ascesa del Movimento radicale nazionale. Da quel giorno, il potere è rimbalzato tra democrazie gracili e dittatori ignobili. Nel 1967 qui è stato ucciso Ernesto Guevara detto il Che, il centravanti giusto nello stadio sbagliato. Dagli anni ottanta c’è più inflazione che resurrezione. La risorsa ultima, la miniera della disperazione, è la coca.

Devo intrattenere Doro. Ma di che parliamo? Non voglio più stare a sentire di politici ottusi, di carri armati a La Paz nel 1980, di farmi raccontare come vennero uccisi tutti i leader della sinistra, di come all’epoca furono bombardate dal nuovo dittatore Luis Garcia Meza le miniere di Oruro. Offro a Doro della coca. Dice no grazie, non ho sete. Poco dopo reclina il capo e lo rialza di scatto.

Devo chiacchierare con Doro. E’ una parola. Vorrei tentare di nuovo con il pallone. In fondo il calcio è il più grande infiltrato del mondo: batte gli angoli e le punizioni, scavalca le barriere, va su e giù per le fasce, para i rigori delle brutte stagioni e non dimentica mai a casa il manuale di storia. Ma Doro di pallone ha poche nozioni.

La prima cosa che mi ha detto è che in Bolivia quasi tutte le squadre straniere vengono a perdere perché si gioca ad altitudini che fucilano l’ossigeno. “A chi non è abituato, tutto d’un colpo manca l’aria. E i nostri vincono, semplice. Corrono il doppio”.

Doro si professa appassionato di calcio e tifoso del Bolivar, ma a malapena sa chi è Roberto Baggio. Gli piace Ronaldo, però lo confonde con Rivaldo perché dice che ora gioca in Spagna nel Barcellona. Questo qui è un disastro. Mi ha confidato, appena saliti in auto, che da un po’ di tempo non guarda la televisione perché è scoppiata. “Sì, scoppiata. E’ stato un fulmine che è entrato in casa, come una bomba”.

Non ho approfondito. Dico solo che questo è un posto dove il cielo si riempie di nuvole cinque volte l’anno.

Doro mi sembra diffidente. E generoso solo con se stesso. Venendo qui s’è fermato a un incrocio pieno di cartacce che volavano e cani che s’accapigliavano, anche se per un attimo m’è parso di vedere il contrario. Ha abbassato il finestrino e ha scambiato due parole con una donna con bombetta verde in testa e la gonna tradizionale che fa somigliare le boliviane a dei tini. “E’ mia sorella, ha perso l’autobus per Corchani. Ti spiace se le diamo un passaggio?”. Certo che no. Anche perché questa ha tutta l’aria di non essere una novità. Se il privilegiato Doro, perché qui fare la guida è un privilegio, per andare al Salar di Uyuni con i turisti passa da Corchani ogni giorno, perché lei dovrebbe spendere i soldi dell’autobus?

L’abbiamo scaricata davanti a casa. Sull’uscio c’era una bimba piccola vestita di velluto rosso ed era farcita di marmellata, ne aveva anche in testa. Un piccolo maiale nero col muso sporco di sterco ha attraversato la strada ed è venuto ad annusare la jeep, poi appena Doro ha messo in moto se l’è data a gambe fino al campo di calcio. Due porte scrostate, senza reti, le righe storte in calce bianca e la sabbia mobile. Un pallone scorticato abbandonato in piena area di rigore. Ci stava bene un cartello: cercasi attaccante.

Se non parlo con Doro sono guai, ormai dorme al volante. Riprovo col calcio, ma parto da lontano. Scusa Doro, esistono a Uyuni dei negozi che vendono maglie da calcio della nazionale? Sai, colleziono maglie dal mondo. Tutti numeri dieci e qualche altra di giocatori molto famosi, come Figo. Conosci Figo?

“No”

E’ portoghese. Come Rui Costa, il dieci del Portogallo. Conosci?

“Non me lo ricordo”.

Comunque il dieci della Bolivia non può mancare. È la maglia del Diablo. Grande Diablo, che giocatore…

In quel preciso istante, alla parola Diablo, scatta qualcosa di serio e di imprevedibile. Doro si desta, rallenta clamorosamente, si sfila gli occhiali. Non si volta, lo sguardo è fisso in avanti ma non è più quello assonnato di prima.

“Amico, come lo conosci? Quel nome qui non porta bene”. C’è un’energia insolita, impensabile, nelle sue parole. Mesta e violenta al tempo stesso.

Levo il sorriso e guardo dritto avanti, come lui. Beh, Doro, chi non lo conosce? Io l’ho visto un sacco di volte in tv.

Ma perché porta male?

“Anni fa era uno spettacolo vederlo giocare, adesso è un po’ vecchio e ragiona da yankee. Con Erwin Sanchez, detto Platini, hanno spinto la Bolivia in alto, fino ai mondiali. Qui tutti i bambini sognavano di giocare come lui. Mio figlio Franz è morto con la sua maglia addosso, una malattia rara che i medici non sapevano cos’era. Aveva tredici anni, si chiamava Josè Roberto. Ma un mio amico tedesco, ingegnere minerario, gli aveva dato il soprannome di Franz perché giocava a pallone con lo stile di un campione tedesco, Franz Beckenbauer. Sai chi è?”.

Sì. Ma cosa è successo con El Diablo?

“Lo que pasò? Dunque, lo que pasò è che El Diablo ce l’avevamo nel cuore. Se l’hai visto lo sai bene: era maligno col pallone e velenoso con gli avversari. Indisponeva gli arbitri. Era tutto. E noi andavamo fieri di lui. Il suo nome era una festa, nel bene e nel male. I giornali mettevano le sue foto sempre grandi, anche a tutta pagina. Fino a che un giorno non è successo qualcosa di brutto, proprio qui, vicino al cimitero dei treni. Un uomo, uno di quelli che trasportano il sale con i camion, è stato ucciso a pietrate. L’hanno trovato con addosso solo la maglia del Diablo e i baffetti neri dipinti con un tappo di sughero bruciato. Mistero, mai scoperto nulla. Aveva soltanto amici, anche se è vero che di nemico ne basta uno solo”.

Era tuo amico?

“No”

Il Salar di Uyuni si congeda. Doro porta al mignolo un anello d’argento. Intorno alle labbra ha una patina bianca, come di saliva secca. Sembra salsedine.

“Comunque - dice picchiando l’aria con il dito indice - da quel giorno qui nessuno ha più indossato la maglia del Diablo e i bambini hanno smesso di imitarlo. Sono tutti per Erwin Sanchez. La vendita delle magliette è crollata, per un po’ le hanno tolte dalle bancarelle del mercato e molti ambulanti le hanno rimandate indietro. Se ora vai nei negozi trovi tutte le maglie del Sudamerica. Compri quelle dei club argentini, dal Boca Junior al River Plate, quelle delle squadre uruguayane e la nazionale del Brasile, anche il Colo Colo campione del Cile. Forse trovi pure la Juventùs. Tambien la Juventùs. Ma della Bolivia, niente. Qualcuno sta ricominciando a venderle solo ora, di malavoglia. Ma scordati la numero dieci”.

Siamo di nuovo a Corchani. Il sole è basso e scava ombre sul terreno. La sorella di Doro ha perso l’autobus, se mai è passato. In Bolivia gli autobus sono inaffidabili. Rientriamo a Uyuni dopo aver raccolto un bidone blu perso per strada da qualche altra jeep. Gli ultimi chilometri scorrono veloci. E’ in quei minuti che divampa nella mia mente l’idea di comprare la maglia del Diablo. La devo trovare. Scusa Doro, dove sono i negozi che vendono le maglie?

“Uno al mercato coperto vicino alla stazione degli autobus, uno sulla strada principale, il più fornito, e un altro si trova nel centro commerciale La Playa, davanti all’agenzia Colque Tour dove ti ho raccolto. Vuoi comprare la maglia del Diablo?”.

No, quella di Erwin Sanchez. O quella di Ronaldo, poverino, sempre infortunato.

“Se compri quella del Diablo, falla benedire”.

Mi sa che non l’ha bevuta. Doro scende dalla macchina e mi mette un braccio attorno al collo, mi orienta verso nord come un periscopio     e sussurra: “La chiesa è là. Chiesa dell’Immacolata Concezione. Accendi un cero e fai un’offerta”. Mi batte due volte il palmo della mano sul petto: “Recita anche una preghiera per le anime nostre. Se invece non la trovi, non ti preoccupare. In altre città della Bolivia il numero dieci ce l’hanno senz’altro”.

Mi si è allacciata la gola, ho i brividi. Alla Colque Tour un gruppo di inglesi sta litigando con il personale. Vengono dal Cile. Gli accordi con la Colque prevedevano la notte in albergo, ora scoprono che non era compresa nel prezzo. Il più inviperito è un ragazzo con la maglia di Beckham, numero sette del Manchester United. Rossa, quel rosso che mi è sempre piaciuto.

Per andare al mercato coperto si passa proprio davanti alla chiesa. Il vento fa sbattere le porte dei negozi vicini. Dal portone dell’Immacolata escono i fedeli che hanno partecipato alla funzione delle sei. Tramonta. Non accendo ceri, lascio un’offerta sotto un Cristo dall’aria più incredula che dolente. Sanguina in modo molto più copioso di altri poveri cristi che ho incontrato viaggiando.

Il mercato coperto è semideserto. I banchi sono ospitati dentro dei garages con la serranda alzata, ma al riparo dal vento e dal freddo. A mezzogiorno in questo umile bazar il sole cuoce tutti. Le donne hanno tutte la bombetta in testa, i bambini giocano a pallone con addosso divise d’ordinanza andina: maglietta da calcio molto usata infilata sopra il maglione, pantaloni lunghi, berretto di lana, scarpe rotte. Ce n’è uno che indossa la maglia a bande orizzontali rossonere del Flamengo, un altro quella sconsacrata di Martin Palermo del Boca Junior a bande orizzontali gialloblù. Un altro ancora ha sulle spalle quella verde della Bolivia. Numero sette. E’ la più diffusa sui banchi del mercato scoperto, dove gli ambulanti ignorano a quale giocatore appartenga. Ronald Garcia? Julio Baldivieso? Luis Gatty Ribeiro? Le altre in esposizione sono imitazioni, per di più senza numero, e combattono una guerra persa con guanti e maglioni di lana tutti pelosi.

Dal mercato coperto al negozio che vende solo materiale da calcio è un attimo. Di passaggio, compro dei guanti di alpaca. La bottega del calcio è chiusa. “Suonare dal ciabattino a fianco”. In vetrina c’è la merce esposta con cura. River Plate: bianca con banda diagonale rossa. Colo Colo, campione del Cile: bianca, manica lunga e girocollo, sul petto campeggia la testa stilizzata di un indio mapuche. Brasile: gialla con bordi verdi. Si chiama “la verdeoro”.

Ho l’acquolina in bocca, suono dal ciabattino. Niente. Due, tre, quattro volte. Niente. Sto andando via quando una signora bassa e rotonda esce di corsa dalla friggitoria di fronte. E’ la proprietaria. Si chiama Angela Fernanda Lopez, c’è scritto sulle fatture che ha sparpagliato sul bancone vicino alle scarpe da calcio ancora tutte imballate.

Buona sera, cerco una maglia particolare, la numero dieci della Bolivia. Ce l’avete?

“No, mi spiace tanto. Ne ho altre, guardi pure. Ma da dove viene, scusi?”

Dall’Italia.

“Molto lontano eh? E perché vuole proprio quella maglia?”

Perché quello è il vostro miglior giocatore.

“Sarà, tanto non so chi sia, io non me ne intendo. Ah. Senta. Quante ore di aereo ci vogliono per venire qui?”

Molte, circa 17.

“Uh, sono troppe. Non le farei mai, neanche se potessi permettermelo. Allora, io vado di là. Lei guardi pure e se ha scelto mi chiami. Comunque quella maglia non c’è, mi pare che non la facciano più perché quello che la indossava non gioca più in nazionale. Ha fatto il suo tempo”.

Resto da solo davanti a quel muro affrescato di mezze maniche a colori. Cosa rispondo a tutti quei mezzibusti che incarnano la storia del pallone del Sudamerica e la voglia di gol che abita il mondo?

La teologia della maglietta, che domina ovunque sugli altri accessori del calcio, qui dentro sembra l’ultima ragione per sperare e la prima per dimenticare.

Ma fuori tutto torna vero: la miseria mentale dell’ignoranza su cui speculare, l’autarchia della vita alla quale fare da spettatore abbonato, la discesa verso gli inferi restando fedeli alla maglia, qualunque essa sia.

Da fuori bussa il crepuscolo, si accendono le luci fioche dei locali e i piccoli falò di chi si scalda in strada. Ora Uyuni ha l’aspetto di un presepe. Qui dentro invece, sotto la luce violenta del neon, Ronaldo giace bello piegato in un sacchetto trasparente.

Qui dentro è bellissimo ma freddo. Manca il fuoco. E manca anche la pressione del commerciante. La più incredibile sorpresa della Bolivia è questa gente che vende senza chiamata, rassegnata davanti alla povertà. Lo vuoi? Bene. Non lo vuoi? Amen. Nessun rilancio, nessun tentativo di ricavare qualcosina in più. Grande dignità, prezzi sussurrati con il timore cementato di ricevere un “no grazie”.

In tutta questa assenza dalla vita, El Diablo, l’uomo che fa saltare gli schemi, suona come una frattura con il tempo, con la chiesa delle abluzioni nella polvere e con il commercio che non ha ancora imparato a darsi una mossa.

Compro la maglia di Ivan Zamorano, il guerriero che sta per lasciare la nazionale cilena. L’addio è previsto il 1° settembre in una partita amichevole contro la Francia di Zinedine Zidane, un altro uomo che gioca sempre oltre i confini stabiliti dagli altri. Rossa a maniche corte: non è quella originale ma costa poco. La moneta boliviana, i bolivianos, ad ogni alba si fa il segno della croce. I soldi in Bolivia sono molli, sudici e sdruciti. El Diablo è andato a giocare in America dove invece gli assegni sono inamidati e sanno di buono.

Ripasso davanti alla chiesa. Fa freddo. Via il sole, via il massaggiatore. E tutto torna a indurirsi. Sotto le prime stelle fabbricate dal crepuscolo c’è un uomo che col megafono spiega il vangelo a fedeli immobili. Dice che tutti quanti dobbiamo avere fiducia in Cristo e, manco a farlo apposta, che ogni tentazione è un assist al diavolo. Dobbiamo dribblarla, scartarla a qualunque costo. Ne va della nostra gioia in terra e dell’eternità. Chissà El Diablo cos’è. Credente? Cattolico? Va in chiesa, prega? O adesso che è in America è diventato ateo, o protestante tipo gli evangelici? Magari ora è un mormone e un giorno finirà col predicare anziché insegnare il calcio in Bolivia, la sua madrepatria.

Prendo a calci una lattina di coca cola. Un cane che sta passando si scosta e poi scatta avanti come per ricevere il passaggio. Era uno schema perfetto. Io di qua, lui di là, loro che non sanno dove andare e noi che tiriamo in porta. Sono le cose semplici che ti fanno vincere: basta solo farle più rapidamente degli altri. E intanto arrivo all’ultima tappa, l’ultimo mistero della via crucis.

Centro. Commerciale. La Playa. Sembra incredibile che ci sia un centro commerciale con questo nome in un’ex miniera d’altura dove i     negozi sono dei garages pieni zeppi di tutto, dove la pasta viene venduta a peso e tenuta dentro sacchi di juta, dove tutto è coperto di polvere. Polvere e miseria, fino all’ultimo. Pachamama, la madre terra, è piena di debiti.

Se La Playa è un centro commerciale, io sono Tardelli. Quattro negozi di fila, niente più. In uno si vende abbigliamento giovane e sportivo. E’ un bazar di indumenti, più o meno pesanti e più o meno colorati. Si passa a stento tra mangrovie di jeans, camicie, maglioni e calze.

La proprietaria sta sistemando un armadio con ante di vetro contenente decine di magliette da calcio. C’è di nuovo Zamorano, detto Ivan il Terribile.

Buona sera. Avete la maglia della nazionale boliviana?

“Sì, credo di sì. Devo guardare”.

Rovista. Tira fuori un pacco di magliette verdi, da sedici.

“Ne voleva una vero?”

Sì. La numero dieci.

“Il problema è che le vendiamo a giochi di sedici, per le squadre. Non possiamo rompere il gioco di maglie, mi capisce?”

Sì. Ma non c’è un modo per avere questa maglia? Io ci tengo molto. E’ la maglia di Erwin Sanchez.

“No, si sbaglia, signore. So che la maglia di Erwin Sanchez è la numero undici”. E si mette a cercarla.

E la dieci di chi è?

“Di un altro, non mi ricordo”

Del Diablo forse?

La donna aggrotta le ciglia. “Forse ha ragione. Lo conosce, certo, chi non lo conosce El Diablo”, e si volta di scatto verso un piccolo televisore coi baffi dove una donna dice singhiozzando a un uomo che tra loro è finita.

Signora, se non costano troppo, le comprerei entrambe queste magliette. Nel mentre, palpo la numero undici. Sembra sporca. Lo stemma della Bolivia dalla parte del cuore è stampato sul tessuto ed è un po’ rovinato, come le decalcomanie male applicate.

La proprietaria, donna di mezza età con una gran matassa di capelli ormai grigi, rimane per un attimo spiazzata. La tolgo dall’imbarazzo. Senta: io potrei fare dei regali agli amici, tipo al mio amico Lallo che ignora l’esistenza del Diablo e forse anche della Bolivia. Ne prendo tre o quattro. Di più non posso.

L’acquolina stavolta viene a lei.

“Che numeri le interessano?”

Dieci, undici, sette e quattro. Sono un collezionista, capisce? Magari le scambio con altri collezionisti.

Lei mescola tutte le maglie al completo, come se volesse impastarle.

“Vediamo. Ma da dove viene, signore?”

Italia.

“Mio Dio, è lontanissima. Sta in Europa. E’ venuto in aereo?”.

Sì. Fino a Santiago del Cile. Poi autobus e anime pie.

“Che bel viaggio. Che viaggio lungo. Guardi un po’ se le vanno bene queste quattro. La numero dieci non la trovo. C’è il sei, il numero di Baldivieso. E’ un buon giocatore”

Lei conosce i giocatori, signora?

“Poco. Ma Baldivieso è il preferito di mio figlio. Erano compagni di scuola”

Guardi bene, signora, il dieci deve per forza esserci.

“No, manca proprio”

Ma come può mancare El Diablo nella sua terra, in Bolivia?

Scheda. Marco Etcheverry, detto El Diablo, è anima e ispirazione del calcio boliviano. Numero dieci tanto in nazionale quanto nei club dove ha giocato. Nato a Santa Cruz il 26 settembre 1970. Squadra attuale: Washington Dc (Usa). Squadre precedenti: Destroyers (Bolivia), Bolivar (Bolivia), Albacete (Spagna), Colo Colo (Cile). Segni particolari: ghigno, zazzera, tacco. Sinistro di piede e di fatto.

Come può mancare El Diablo? Chi lo ha preso, dove è finito? Possibile che l’abbiano esiliato in una terra calcistica del non ritorno, o parcheggiato in un piazzale metafisico sorvegliato dalla paura?

Signora, ma come, proprio El Diablo manca a questo gioco di maglie?

“E’ strano. Aspetti, chiedo a mia figlia”.

La chiama. Cercano insieme, scavano tra colletti alla moda e risvolti seghettati. Bisbigliano. Tra giacche e giacconi, si consultano con la testa infilata nei cassettoni. Ma il Diablo non esce. Non. Esce. Bisognerebbe saccheggiare la fantasia di questa gente per capire dove risieda tanta paura.

La figlia tira fuori una scatola da scarpe dall’ultimo cassettone. Poi saluta, dice che ha tanta fretta. La madre le chiede di comprare delle patate, lei sull’uscio dice che prenderà anche delle carote per la cena. La donna mi guarda, inforca gli occhiali.

“Forse in quella scatola c’è quello che cerca. Io intanto le preparo le altre maglie. La apra. Se c’è lì dentro, bene. Altrimenti vuol dire che non c’è proprio. Tenga, può metterla in questo sacchetto”

Nella scatola ci sono quattro maglie della Bolivia. La prima ha il numero dieci. La seconda pure, e sembra meno sporca. Anche le altre hanno il numero dieci. Le vorrei mettere tutte quante nel sacchetto e portarle via. Ma ne basta una. Non è che ho paura. Ho rispetto. Di Diablo ce n’è uno, qui sembra che ce ne siano tanti, troppi.

La donna nel frattempo ha infilato le altre maglie in una borsa a parte e mi fissa ancora. Sembra serena. “Visto che c’era la maglia numero dieci? Siamo stati fortunati”.

Contenti tutti. Soprattutto lei, che non ha toccato nessuna di quelle orrende numero dieci. Pago le quattro maglie, a poco meno di quindici mila lire l’una. I bolivianos scivolano nel cassetto come scoiattoli.

“E che ti vada bene, señor”, saluta la titolare.

Mi sono tolto un peso, o forse l’ho aggiunto al mio viaggio attraverso questa specie di profanazione. Sono le otto di sera. Fra mezz’ora parte l’autobus per Oruro. La cena è un panino di salsiccia e patate fritte sotto le luci morbide dei chioschi ambulanti dove ti servono donne dal grembiule celeste che sembrano tutte uguali.

Vado all’agenzia viaggi “11 de Julio”. C’è gente in coda e tutti mi guardano, non so se è la fretta o è l’aria spiritata. Alla parete è appeso un cartello in italiano scritto a mano: “Benvenuti nella nostra splendida terra, la Bolivia”. Dietro l’impiegata c’è invece un poster con vista su La Paz. Con il biglietto posso scegliere anche il numero di sedile. Non indugio un secondo, so bene che numero voglio. Lo zaino finisce sul tetto del bus, una sorta di portapacchi gigante. Salgo a bordo con due sacchetti, uno lo tengo molto stretto. Guardo fuori dal finestrino e noto un uomo seduto sul marciapiede che mi ricorda qualcuno. E’ Doro. Beve una birra in lattina, alza il braccio in segno di brindisi e sorride.

“L’hai trovata, vero?”

Sì, amico.

“Che ti vada bene, amico. Que te vaya bien”

L’autobus si muove. Sparisce tutto: Doro, l’agenzia, persino la strada. Piombiamo nel buio e alla prima curva salgono gli spiriti. Il primo a fare il clandestino è lo spirito della polvere. Non si respira più. Il bus è pieno, c’è gente in piedi. L’aria è subito pesante, odora di cipolle, di sudore, di stracci. Si spengono le luci e dalle borse escono le coperte. Si prospettano otto ore lunghissime di freddo, narici tostate e strattoni.

Il mio vicino, tozzo e trasandato, si copre con un poncho. Il primo a russare è lui. Poi altri dietro, uomini e donne. L’autobus non se ne cura e raffina chilometri di strada.

Ad un tratto, dal fondo, una donna tossisce forte e comincia ad ansimare. Soffoca. E’ un attimo. La vicina la scuote, poi invoca aiuto e urla: “La luce!”. Nessuno intorno a me muove un dito, qualcuno dorme nonostante il trambusto. La donna tossisce ancora, attorno a lei si affannano in quattro o cinque e continuano a gridare: “La luce!”. La donna si agita e ansima forte. Non so quanto duri tutto questo. So solo che è spettrale, che la luce non si accende e che lei quasi subito si quieta. Grazie a Dio. Forse stava solo sognando. Le danno dell’acqua e alla fine ci ridono su per lo spavento. Tutti si risistemano per la notte. Dal mio sedile proviene un senso di colpa improvviso e assurdo. Ho fatto salire El Diablo e guarda cosa ha combinato. Speriamo che sia finita qui.

La notte è un sonno leggero, affaticante. Vagando alla ricerca di un pensiero della buona notte mi imbatto nell’immagine di una maglia da calcio che aveva Lallo: numero nove rossa, come quella del Liverpool. Era la maglia della squadra del nostro quartiere, un rosso al quale tutti portavano rispetto. Ebbene, l’aveva prestata a Massimiliano per una partita a scuola e lui l’aveva lavata con l’acqua calda trasformandola nella maglia del Palermo. Mi viene in mente anche una maglia da calcio che non ho comprato in un mercatino di Londra, a Camden Town: era rossa, stile anni 70 con il colletto rotondo, e sopra c’era scritto Cccp. La rimpiango molto.

El Diablo scende con me a Oruro, alle quattro del mattino, e mi affianca nel freddo della sala d’attesa. Gli autobus non sono finiti. Ce ne sono per Arica, in Cile, per Cochabamba e Potosì, per la capitale La Paz, per Sucre, per l’Argentina e il Brasile, per il Perù. A La Paz fra due giorni gioca la Bolivia, una partita inutile perché la qualificazione ai Mondiali del 2002 è compromessa. Mancherà anche El Diablo perché oltre le montagne color prugna pare non arrivi più la voce delle convocazioni.

Il viaggio degli spiriti prosegue proprio verso La Paz, quella città tormentata e triste dove esiste una spiaggia, la spiaggia della vergine nera di Copacabana, che vive affacciata sull’immenso lago Titicaca. La statua della vergine è stata trasportata tanti anni fa in Brasile, a Rio de Janeiro, e ha dato il nome alla celebre spiaggia dove tutti giocano a pallone e dove uno come Marco Etcheverry, con quell’aria poco raccomandabile, quel carattere da asceta ineffabile e quel tocco di palla, appunto, diabolico, troverebbe una squadra anche in letto di morte.

Non abbiate timore. Date al Diablo un pallone, che la paura svanisce. 

Date al calcio più fiducia.