Fantaustralia


Dal libro "Da Tardelli in poi" (2002)

Dai primi anni 90 lo sport preferito da molti europei non è più il calcio. E’ il fantacalcio. Un gioco inventato per dare agli appassionati la possibilità di esercitare, in piena libertà e all’interno di un torneo virtuale, la loro innata tendenza a fare l’allenatore.

Il gioco si basa sulle pagelle che vengono date dai giornali sportivi ai calciatori dei grandi campionati come la Liga, la Premier e la Serie A sul loro comportamento la domenica: si perdono punti se il giocatore viene ammonito o espulso, se fa un’autorete o se sbaglia un rigore. Si guadagnano punti se para un rigore, se segna o fa segnare.

Gli effetti sull’uomo di fantacalcio sono almeno due. Primo: si mette a consultare in continuazione le statistiche sulle medie-voto e i bollettini del chi c’è-chi manca. Secondo: si ritrova a tifare per squadre che prima manco considerava, come il Piacenza e il Lecce.

Su questo punto Gino Culicci era visibilmente contrariato. “Meno male che qui in Australia non è arrivato, quel gioco stupido”. Glielo stavo spiegando da circa un’ora dentro la sua casa-caverna mentre beveva il caffè del mattino. Devo dire che non era stato affatto facile fargli entrare nella zucca il meccanismo del gioco. E quando c’ero riuscito, ecco che tutto tornava stupido e irritante: “No, non esiste. Non puoi sperare che uno di una squadretta segni un gol alla tua squadra del cuore solo perché ti fa vincere a un gioco che alla fine ti farà odiare il calcio. Tu lo faresti?”.

Mi scappò qualcosa che non era un no, perché ormai dal fantacalcio non riesco più a liberarmi. E’ una delle dipendenze più belle e pulite che ci siano. Gioco con gli amici e con i colleghi. Un anno ho convito anche Lallo a iscriversi a un campionato con gli altri del quartiere. All’inizio ha seguito con diligenza la sua creatura e ha pure vinto una giornata. Poi ha litigato con il marito di sua sorella, che dava i consigli giusti per la formazione, e la squadra è andata a rotoli. Ora non gioca più, ma si informa sempre di come stanno le mie azioni alla borsa del fantacalcio.

Culicci si alzò: “Andiamo. Ti faccio fare un giro per la città”. Ero appena arrivato, dopo undici ore d’autobus, a Coober Pedy, nello stato del South Australia. Mi trovavo agli antipodi per incontrare un emigrante italiano, Stefano Vignoni, di Rivoli, un uomo che ben conosce il significato della parola amicizia. Ma il nostro appuntamento ad Adelaide era slittato di una decina di giorni perché i suoi impegni di lavoro l’avevano trattenuto a Singapore.

Vignoni è un cercatore di opali, le pietre preziose delle quali è ricchissimo il Red Centre, il deserto rosso dell’Australia. Mi disse al telefono: “Vai a Coober Pedy e chiedi di Gino Culicci, mio amico. Lui ti ospita. Stai lì e digli di portarti in giro a vedere come lavorano i cercatori di opali. Vedrai che ti divertirai. Poi tra dieci giorni prendi l’autobus e vieni ad Adelaide da me”. Bel programmino.

Gino Culicci viveva da solo in un dug-out. I dugout (pronuncia: dagaut; ma qui la storpiano in dagheut) sono abitazioni scavate nella roccia. Fresche di giorno e calde di notte: la temperatura va dai 20 ai 25 gradi. Molti minatori ne hanno uno.

Il dugout di Culicci era un festival della modestia e dell’antiquariato, che alla fine erano, o forse volevano significare, povertà. Perché nessun cercatore di opali esibisce la propria ricchezza, defilandosi in una vita senza oscillazioni. Né lussi, né sfarzi. Al massimo, chi si fa ricco cambia aria. Poche e povere anche le parole, per le quali non esistono mezzi d’escavazione.

La tana di Culicci erano due stanze, un bagno, una cucina. Mobili vecchi, una sveglia ferma alle 9.34 di chissà quando, angoliera con telefono e frullato di documenti, divano datato, tavolo occupato da giornali e giocate al lotto, sedie di cinque specie diverse, credenza con più cibo fuori che dentro, due cartoni di lambrusco sopra il frigo.

E poi un muro tappezzato. Tre grandi carte geografiche (Italia, Australia, globo) e il poster dell’Italia campione del mondo di calcio nell’82. “Questa sì che era una squadra - diceva - non quelle mezze seghe che oggi corrono dietro ai soldi”. Da lì era partito il discorso sul calcio e non so come eravamo scivolati nel fantacalcio.

La tana sapeva di vecchio. Quasi come lui. Originario di Esperia, provincia di Frosinone, Gino Culicci viveva a Coober Pedy da trent’anni. Era in Australia da quaranta. Dopo aver lavorato nel Western Australia, aveva fatto il fornaio a Mareeba, lassù nel Queensland sotto casa dei tropici, e aveva anche partecipato alla costruzione della centrale elettrica di Canberra, sopra le montagne.

Quasi nessuno degli emigranti convenuti in Australia da ogni luogo della terra era partito con il proposito di andare a cercare pietre preziose nel deserto. Minatori, qui, si diventa. Il più delle volte per caso. Ad esempio Vignoni, che aveva una carrozzeria ad Adelaide, era andato in vacanza a Coober Pedy con uno dei suoi operai che si ostinava a scavare e alla fine si era innamorato del luogo e della vita più libera, del modo di scommetterci sopra, a questa benedetta vita, che ti inchioda non appena decidi di bussare per terra sperando che qualcuno venga ad aprire.

Quella mattina a Coober Pedy mancava la luce e Culicci era nervoso. Non aveva potuto vedere il telegiornale italiano e questo era per lui un pessimo inizio di giornata perché si era trovato senza il solito scendiletto. Mi accolse come se fossi un esattore delle tasse, dicendomi che la mia stanza era quella là, che lui non mi aspettava proprio, che il bagno stava qui, che lui non mi aspettava proprio, che da tanto tempo non sentiva Vignoni e che, davvero, non mi aspettava proprio.

Culicci parlava ad occhi bassi, dietro a due lenti imbrunite. Era obeso, mal vestito, stempiato e con i capelli bianchi che spiccavano sulla carnagione scura. Calò una tazza di tè, mi domandò dell’Italia e mi tormentò con la Lega. “Ma quello scemo di Bossi che vuole fare? Stanno facendo il brain-washing alla gente?”. Formulò l’ipotesi che alla fine l’Italia si fulminerà da sola pur essendo ancora buona, come una lampadina ammattita.

Motivo in più per non tornarci, aggiunse. Capii subito chi era Gino Culicci. Solitario, consumato, diabetico, italiano. Un italiano che aveva timore di tornare a casa perché aveva paura non solo dell’instabilità politica e del prezzo della benzina. Aveva paura della burocrazia lenta e insopportabile, delle code agli sportelli, delle liste d’attesa per fare un’analisi medica, della possibilità non remota di perdere una libertà che a Coober Pedy nessuno, mai, gli avrebbe confiscato.

Il calcio era in fondo l’unico legame che manteneva con l’Italia. “Parenti? Più sentiti. Ma va bene così. Piuttosto, quanto costa al chilo la carne, in Italia?”. Era fatto così. “E i magazzini, che dicono di noi? Parlano di noi ogni tanto?”. Magazzini era la traduzione spontanea di “magazines”, le riviste. Gli dissi che sì, ogni tanto qualcuno dei nostri giornali parlava degli emigranti.

Toccava a me. E con l’opale? Come è andata? “Non ho fatto fortuna. Per fare fortuna ci vuole esperienza. Con l’esperienza fai fortuna, sennò fai banane”. Fine della conversazione.

Si chiuse in bagno dieci minuti. Uscì con in testa un berretto verde di lana e mi ordinò di salire in macchina, una Ford così scrostata che non sembrava avere antenati. S’inventò su due piedi un giro turistico della città per mostrarmi cosa non c’era trent’anni prima.

Coober Pedy è una città che espone poco di sé, perché vive sotto terra. Case basse, molta lamiera. Una città cresciuta con l’opale: nel 1965 ci vivevano 200 persone, oggi poco più di duemila. Il padrone di Coober Pedy fin da quell’epoca era Bepi Coro, un veneto di Borgoricco, vicino a Padova, l’unico ad aver fatto fortuna senza essere partito con uno scavo: aveva semplicemente fornito ai minatori i principali generi di conforto. Un supermarket dove trovi di tutto, un albergo e una pompa di benzina.

Passando a fianco di un prato di sabbia rossa, Culicci disse: “Questo era un drive-in, adesso non funziona più. Qui ci ho visto Il Dottor Zivago”. Poi mi portò al campo da golf. La sabbia al posto dell’erba, palline arancioni: che impressione.

Infine andammo al “field”, il campo, il luogo dove la sua trivella andava a caccia di colore. “Eccola qua. Adesso non ci lavoro perché è bloccata. Si è rotta la pompa dell’acqua e me la devono portare da Adelaide. Motore inglese. Sai chi me l’ha venduta? Il tuo amico Vignoni”.

E cosa fai in questi giorni?

“Niente. Guardo la tv, mangio e vado a trattare qualche vendita di opali con i gioiellieri di qui”. In quei giorni parlammo molto di pallone. Non mi mollava più. Gli raccontavo del campionato, del calciomercato, delle cifre stellari che si spendevano per comprare i giocatori. “Per me siete tutti matti. Non dovreste più andare negli stadi”. Gli dissi che le televisioni stavano provvedendo a svuotare gli stadi. “Lo so”.

La giornata-tipo era sempre la stessa. Ci alzavamo, facevamo colazione e uscivamo. Lui a controllare la trivella, io a girare per la città, dove c’erano anche degli aborigeni. Ci ritrovavamo all’ora di pranzo. Poi lui dormiva e io uscivo fino all’ora di cena. Dopo di che, eravamo di nuovo a tavola. Infine si stava un po’ in veranda a parlare di Italia e di pallone, magari con qualche altro minatore d’origine italiana che veniva a prendere il caffè da Culicci.

Al terzo giorno non ne potevo più, non solo di spiegare le strategie di calcio e fantacalcio. Le colazioni di Culicci, i pranzi e le cene in serie erano devastanti. Non mi osavo dirgli che due uova fritte potevano bastare al mattino e che la carne alla piastra andava sì cotta, ma non abbrustolita. Il mio salvatore arrivò una sera, strombazzando con la sua auto. Si chiamava Vincenzo Sferruzzi, detto Vince. Un faccendiere sul quale si sarebbe potuto girare un film.

“Vieni dall’Italia? Io sono pieno di parenti là, in Meridione, nella provincia di Caserta”. Era piccolo, tozzo, con i capelli spessi come Big Jim. Aveva una specie di tic. Tossicchiava.

“Ti piace l’Australia?”, mi disse.

“Moltissimo”

“Hai fatto foto?”

“Tante”

“Vuoi fotografare i neri?”

“Chi?”

“I neri. A Mintabie c’è la riserva dei neri. Gli aborigeni! Ti porto da loro e li fotografi. Se vieni con me non hai problemi. Io li conosco, loro mi conoscono. Io gli vendo il vino, di nascosto. Sai, gli aborigeni non possono comprare alcolici, così li comprano sottobanco dai bianchi. Io glielo vendo perché me lo chiedono loro e mi fanno pena. Faccio la scorta ad Adelaide: compro a 10 dollari e vendo a 40, così mi pago le spese del viaggio. Sai, è lungo, fuck se è lungo”

“Ma gli aborigeni dove li prendono i soldi?”

“Glieli dà il governo, fuck’è governo. Gli aborigeni, sono loro i padroni dell’Australia! Dicono che il bianco ha rubato terra e anime degli antenati, e allora il bianco deve pagare. Solo che, dei soldi, loro non sanno che farsene. E così se li bevono. Allora, vieni?”.

“Non saprei...” risposi perplesso.

“E se vuoi, ti faccio anche fare una chiavata, con una nera!”

“Una... che?”

“Sì. Io gli vendo il fuck’e vino, alle donne, ma gli dico che i soldi non bastano. E loro capiscono. E ci stanno, sai? Adesso te ne racconto una. Io sono inventore, anche. Be’, ho costruito una specie di fuck’e vibratore, l’ho dato a una e le ho fatto vedere come funziona. Dice che era buono. E la volta dopo che sono tornato, sai cosa m’ha chiesto subito invece del vino? Il vibratore!”, fece alzandosi dalla sedia con una risatella satanica che rimbalzò fino in bagno.

Culicci non sapeva più dove guardare. Rizzon e Lombardi, gli altri due ospiti, facevano finta di seguire le news. L’unico che stava al gioco ero io. Vince era scatenato. Tra saltelli, colpi di tosse e risate a stantuffo, raccontò di amplessi e preservativi squarciati, di orgasmi nel bush unici al mondo, di quanto erano sporche e puzzavano le aborigene. Con una naturalezza che faceva ribrezzo. Infine: “Dài, vieni a Mintabie con me. Sai che facciamo? Il vino, alle aborigene, glielo vendi tu per me. Così sei straniero e loro, da ubriache, non sanno spiegare alla polizia chi sei. E io sto sicuro. Puoi dormire da me, nel mio dugout. C’è un materasso per terra. Poi di giorno andiamo in giro con la mia moto, sempre che riesca a farla partire. Vieni?”

“No grazie, è che io voglio andare ad Andamooka”.

Culicci e gli altri mi guardarono torvi. Andamooka è un luogo dimenticato da Dio. Ma avevo scoperto che là vivevano alcuni cercatori italiani. E poi, francamente, di Coober Pedy non ne potevo più. Vince fu gentile: “Allora ti darò un passaggio verso Adelaide domani quando torno da Mintabie”.

E così fu. Vince andò a Mintabie e tornò l’indomani, distrutto dal viaggio. Abbracciai Culicci, che mi disse: “Stai attento, il deserto è pericoloso. Mandami qualcosa sul fantacalcio, tipo un regolamento. Così faccio un campionato anche qui a Coober Pedy, vediamo se funziona”.

Lasciavo la capitale mondiale degli opali su un’auto gialla, con un pazzoide al volante in preda ai colpi di sonno. Lo tenni sveglio con storie di mafia e pettegolezzi inventati di sana pianta sulle attrici italiane, con un po’ di calcio e un po’ di fantacalcio. Un’infinità di chilometri. Fino a Pimba, il bivio al quale si dividevano anche le nostre strade. Da Pimba in poi, autostop.

Alla Roadhouse di Pimba, unico edificio animato di un pugno di case che avrebbero pagato per farsi spazzare da un ciclone, mi diedero un passaggio due costruttori edili che andavano a Roxby Downs, un luogo dove le compagnie minerarie saccheggiano le viscere, piene di rame e uranio, dell’Australia.

Il gestore, una faccia che mi sembrava di aver visto migliaia di volte nei film, mi prelevò dalla sala delle freccette dove ascoltavo il rumore del mio stomaco e quello del camino, identici, e mi spinse in auto con in tasca un paio di “coldies”, come da quelle parti chiamano le lattine di birra fresche: “Sta’ sicuro amico che in Australia non sei mai solo”.

Con i due conversai per tutto il tempo, mentre dai finestrini guardavo il deserto rosso riempirsi di piccoli arbusti, il cosiddetto bush. Lontano, uno squarcio di tramonto centrava Andamooka e la coglieva ancora una volta in ginocchio davanti all’altare del suo “trouble”, il suo tormento, i suoi guai.

Trascorsi la notte in un campeggio, dentro a una roulotte, e l’indomani mi presentai al bivio per Andamooka sotto un tetro concerto di corvi.

Si fermò una famigliola su un furgone bianco tutto sgangherato. Giovani genitori con due figli piccoli a bordo. Apparentemente poveri. Sedetti dietro, tra i sacchetti della spesa. La donna era incinta. La piccola era biondissima e il piccolo l’avevano ancorato a un seggiolino rivolto verso il sedile posteriore sul quale sedevo. Mi fissava. Poi di tanto in tanto prendeva una scoppola di sonno e poggiava il faccione sulla cintura di sicurezza che stava sospesa a mezz’aria. Le gote si dilatavano e si afflosciavano, a guardarlo bene sembrava un bulldog. Non mi parlò, l’intera famiglia intendo. Arrivati, cercai subito gli italiani.

La signora Jensen, proprietaria dell’ostello del paese, mi disse che c’era un certo Lorenzo e mi indirizzò ad un paio di baracche poco distanti, dietro una collinetta. La prima baracca era in avanzato stato di decomposizione. La seconda, un deposito. La terza, nascosta da piante di fichi d’india, più dignitosa. Sull’uscio, un omone dalla corporatura complessa, con i baffetti levigati, la camicia a scacchi rossi e neri e un cappellino giallo.

“Lorenzo?”

“No, Lorenzo abita là”, rispose in italiano indicando la prima baracca.

“Italiano?”

“No, Dalmazia. Ma parlo italiano”. E chiamò. “Lorenzo!”

Lorenzo uscì da quella baracca che pareva un ricovero di carogne d’animale, copertoni da buttare, vecchi stracci e legna da ardere. Un sentiero tra rottami e sterco di animali conduceva a lui, Lorenzo. Era un vecchio piccolo e magro, dal volto emaciato, i capelli bianchi e gonfi soffocati da un cappellino sudicio, gli occhi vispi e trasparenti. Davanti a me c’era una leggenda e io non lo sapevo. Vedevo solo un manichino per abiti unti e impolverati, scorgevo il ritratto della povertà. Non c’era Lorenzo Marzoli, 67 anni, originario di Carpaneto Piacenza. Un uomo buono e affabile, che mi invitò subito al pub a bere.

Sorpreso che qualcuno lo avesse cercato fin là, accennò alla sua storia, al suo vivere d’opale in un posto tanto dimenticato: “Non ho fatto moneta, ma se non altro faccio la vita che mi piace. Mi sento libero. Per me libertà vuol dire non avere responsabilità”. Nel pub del motel un russo stava insultando un croato, tirava aria di rissa. Mi feci dare una camera dall’uomo al bancone e portai lo zaino nella stanza, dove l’oggetto più in vista era una bombola d’insetticida che pareva un estintore. “Se sei sfortunato, la consumi tutta stanotte. Sai, gli scarafaggi”.

La lite s’era spenta. Lorenzo mi presentò uno svizzero, Hans. Un tronco d’uomo che non fece una piega neanche quando gli dissi che, visto dalla copertina, il passaporto degli svizzeri sembra un libretto sanitario. Ma il ghiaccio era rotto e tutti volevano parlare con me. Il vicino di baracca strizzò Lorenzo sotto un’ascella e mi disse: “Questo è un piccolo grande uomo. Un good man”.

“Troppo buono - mormorò il vecchio scuotendo la testa - Io ho aiutato tanti, ma nessuno ha mai aiutato me. Una volta ho trovato opali a Stuart Creek, trenta chilometri a nord di qui. Ho chiamato un italiano, era abruzzese, e gli ho chiesto se veniva con la sua macchina a fare lo scavo. Lui mi dice: vengo tra tre giorni. E invece al secondo giorno scopro che ci è andato da solo e ha portato via il più grosso. Quel pezzo di terra io non l’avevo ancora registrato e lui ha tolto i picchetti. Andai da lui, volevo ammazzarlo. Gli dissi: “Hai cinque minuti per sparire”, poi l’avrei ucciso. Se ne andò e a me rimase poco: cinque fusti di pietre, lui chissà quanti”.

Poi raccontò la sua lunga vita australiana. Era arrivato a Melbourne nel 1953 a bordo della Castel Felice, gran bella nave da emigranti, e subito era andato a fare le pulizie nei campi militari. Erano gli anni del boom: “Ti chiamavano per la strada: vuoi lavorare? Vieni, che ci servi”. Poi era passato da Adelaide, a raccogliere uva. E alla fine aveva conosciuto Andamooka, tramite un vecchio aborigeno.

“Fu un giorno d’agosto. Lui era cieco, ci conoscevamo da un pezzo. Mi prese in disparte e disse: ‘Io sto per andarmene da questa terra e voglio che tu sappia un segreto. Vivevo oltre Andamooka, verso Stuart Creek, e andavo spesso a fare due passi in giro. Un giorno vidi qualcosa di meraviglioso: un pezzo di terra che sembrava uno specchio. Erano opali. Brillavano come un fuoco di stelle. A forza di guardarlo, persi la vista. Ora voglio che tu vada là a cercare gli opali’. E mi diede delle indicazioni. Io le seguii e arrivai nel punto che mi aveva detto. Trovai opale a mezzo metro di profondità. Una cosa mai vista. Lo giuro su Dio, non riuscivo a crederci nemmeno io. Ne raccolsi tanto e continuai a scavare, a scavare come un matto per trovarne ancora ma non ebbi la stessa fortuna di quella prima volta. Sono stato a Stuart Creek per due anni, da solo con il mio cane. A scavare. Non capitava nessuno da quelle parti. Solo i conigli selvatici si avvicinavano: io lavoravo con il piccone e loro mi stavano a guardare, lì a due metri. Alla sera, ne ammazzavo uno e lo mangiavo. Ogni tanto sparavo a qualche serpente velenoso”.

Mister Dalmazia si stava scaldando: girò il cappellino all’indietro e disse che questo era niente, che neanche mille libri sarebbero bastati per raccontare una vita di quelle trascorse qui. Lorenzo non si fermava. “Qua gli italiani ne hanno fatte di tutti i colori. Se vieni da Coober Pedy qualcosa avrai sentito. Ti hanno raccontato di Ciccio?”

“No”, dissi tra il brusio. C’era stato senz’altro qualcuno, tra quelli che mi stavano intorno, che aveva sperato in questa risposta, perché volevano sentire di nuovo dalla bocca di Lorenzo la storia di Ciccio, all’anagrafe Tony Di Biasi, ora residente ad Adelaide.

“Veniva da Foggia. Era enorme ed era il capo di tutti. Mangiava come non ho mai visto mangiare. Se voleva, in un giorno divorava trenta pizze e sette chili di spaghetti: era il record d’Australia, nessuno riusciva a batterlo. Quante ne ha combinate. Vendeva auto usate spacciandole per nuove. Le cercava ad Adelaide, le rimetteva a posto e le portava a Coober Pedy su quei lunghi camion scoperchiati, a due piani. Un giorno parcheggiò a Woomera all’ombra di un grande albero e una macchina gli rimase incastrata tra i rami. L’hanno cercata per giorni. D’altronde, cosa ti potevi aspettare da uno così? Pensa che vendeva agli aborigeni i caschi asciugacapelli dicendogli che erano roba per proteggersi dal sole...”

Il russo passò vicino a me, mi posò una mano sulla spalla e indicò una foto appesa alla parete. Era Lorenzo. “Good man”, disse.

“Perché ti appendono al muro?”

“Perché sono amico di tutti. Ho aiutato tanti. Con queste mani ho lavorato fino a farle sanguinare. Quando ero a White Cliffs, scavavo con martello e scalpello. E il bello è che da voi, in Italia, l’opale non è apprezzato. Ho spedito pietre ai miei parenti e sai cosa dicevano? Che non era roba pura, non credevano che potessero esistere pietre così belle e preziose. Sai da quant’è che non ritorno in Italia? Dal 1960”

“E perché non ci torni?”

“Perché l’Australia è troppo grande. E l’Italia è troppo piccola”.

L’uomo al bancone cominciò a pulire in fretta. Lorenzo spense la cicca nel piatto e scolò l’ultimo sorso di vino. “Andiamo, pago io”.

Al bancone, mi avvicinò un uomo dalla barba incolta, gli occhi spenti di chi ha l’alcol fino al cervello, macilento, con i capelli lunghi e spettinati. Mi porse la mano: “Bata Milan”

“Piacere”

“Io sono stato in Italia”, mormorò in un italiano stentato.

“Ah sì? E dove?”

“Roma, Olimpiadi del 1960. Ero nella squadra di lotta greco-romana della Jugoslavia. Poi ho fatto l’elettrotecnico e sono venuto in Australia a cercare fortuna. Lavoravo nelle piantagioni di tabacco. Ho anche giocato a football australiano, ero una stella degli Adelaide Crows. Adesso cerco opali con questi amici. Nella storia d’Italia, se non sbaglio, c’è un Lorenzo il Magnifico. Vero?”

“Sì”

“Io dico che ne avete due, c’è anche Lorenzo di Andamooka”

Dopo di che cadde a terra, all’indietro, e in due lo sdraiarono su un fianco mentre Lorenzo il Magnifico mi prendeva sotto braccio e mi diceva: “Vieni, qui il locale sta chiudendo. Andiamo alla taverna di Jimmy il greco”.

Stava a pochi passi e il profumo di carne alla brace si mescolò senza problemi a quello del vino. Con il greco parlammo dell’Italia e del calcio, ancora una volta. Di fantacalcio no. Era troppo distante da tutto questo. Ma le sue regole tornarono utili. Per gioco stilammo le pagelle dei minatori: voto alla carriera, cinque punti per l’impegno e dieci per la pietra più bella trovata nei dintorni di Andamooka, che una volta era una grande città d’opale. In tanti ci vennero per piantarci la vita, tirando su case e botteghe. Adesso è una maceria in saldo, spogliata dalle tremila alle mille anime e spartita tra gli ultimi cercatori: i più fortunati e i più testardi.

Quando uscimmo dalla taverna il buio ci avvolse come un mantello nero. Si vedevano le stelle ad altezza d’uomo, uno spettacolo impareggiabile. Era il momento dei saluti. Lasciavo un amico che in neanche un giorno mi aveva raccontato una storia bellissima. La sua vita.

Lorenzo era come scomparso. Inghiottito dal buio. Non riuscivo a vederlo in faccia, udivo la sua voce e accarezzavo il suo cane, che si era piantato tra noi come se non sapesse distinguerci. Mi ringraziò e mi promise di scrivermi una lettera a Natale. “E se mi scrivi tu - aggiunse - basta che scrivi Lorenzo-Andamooka South Australia e la lettera arriva”.

“Chissà, forse un giorno ci rivedremo”, dissi con fare patetico, sgambettato dall’imbarazzo.

“Già, non si sa mai. Però qui in Australia, perché in Italia non ci vengo. Bene, amico. È ora che tu vada a nanna. Domani partirai presto e invece noi andremo al funerale”.

Smokie era morto di cancro il giorno prima, un giorno qualunque, e il suo corpo stava nella cella di sicurezza della polizia, dove per un motivo o per l’altro si sta sempre al fresco. L’indomani al suo funerale sarebbero andati in sei.

È la città di Andamooka che si trascina così: tutti sanno di tutti, ma non badano alle cose più importanti. Come i nomi. Quasi tutti i cercatori di opale hanno un soprannome, che basta e avanza. Più l’origine. Croato, svizzero, italiano, australiano. Che altro serve?, dicono.