Armin Zoeggeler, l'uomo jet è esistito


Armin Zoeggeler, il più grande slittinista di tutti i tempi, si ritira. È il 14 ottobre 2014: una lacrima sul calendario. Sei olimpiadi, sei medaglie. Record di vittorie in Coppa del mondo in uno sport di nicchia, difficile come pochi. Questa intervista è del marzo 2009, sulla pista di Cesana Torinese della quale è stato padrino, testimonial e paladino. Qui ha vinto l'oro alle olimpiadi del 2006. Il cannibale delle piste, l'uomo-jet italiano, parlava così.


L'intervista a Cesana al cannibale dello slittino

Kaiser Armin Zoeggeler, il più forte di tutti i tempi nello slittino con i suoi due ori olimpici, le otto coppe del mondo e il record di vittorie calibro 45, adesso è qui, con la licenza delle vacanze in mano. E’ un po’ a disagio perché il suo habitat è il ghiaccio e i ghiacci si stanno sciogliendo. Il bianco lascia il posto al grigio cemento, le giornate si allungano.

Ora è il tempo degli autografi, delle foto, degli sponsor. Della famiglia. Fuori dal ghiaccio l’uomo-jet che viene da Lana, in provincia di Bolzano, affronta il calore, le strette di mano, le domande banali e quelle inutili, ma anche quelle meravigliose dei bambini, tipo ma non ti lacrimano gli occhi quando vai così forte giù per la discesa?

E’ la seconda vita del campione, quella che forse lo manda più in fibrillazione, posato com’è, schivo com’è, riflessivo com’è. La pressione mediatica dopo le olimpiadi di Torino 2006 si è fatta sentire. Al punto da indurlo a dotarsi di un manager, che lo segue anche in vacanza.

Il kaiser non va ai tropici, non ha residenze estive in altri emisferi né tenute di caccia da favola. Ritira gli arnesi e nella cassetta degli attrezzi ripiega con cura il suo palmares chilometrico iniziato nel 1993 con il primo dei dieci titoli italiani. Da lì in poi è venuto di tutto, fino alla coppa del mondo di quest’anno. Il kaiser ha l’hobby del perfezionismo e lo pratica con disinvoltura. Quando fuori il gelo scompare, lui tiene dentro di sé la freddezza dell’innato compito: vincere. Ti parla di quello che deve fare per essere di nuovo il numero uno quando, tra otto mesi, tornerà l’era glaciale. La sua estate sarà corsa, mountain bike, atletica, potenziamento. Un sacco di forza.

Armin Zoeggeler ha tanti anni di slittino in fondo all’anima. Ha visto sfrecciare vicino a sé le generazioni, alcune bastonandole, altre convivendoci come fossero naturali frazioni del suo lungo corso. Da buon supereroe si è confrontato con i numeri del tedesco Georg Hackl e dell’austriaco Markus Prock e li ha superati, ora gli toccano gli imberbi nipoti teutonici, i nuovi che avanzano, insistenti e molto bravi.

Zoeggeler il giovane veniva dallo slittino su pista naturale: «Dalle nostre parti è così. E’ una disciplina vera e propria, si fanno i campionati. Un’ottima palestra per gli slittinisti. Del resto, ci si arrangia. Se non ci sono le piste artificiali, si usano quelle della natura».

Giù a rotta di collo tra lividi e follia, Armin il predestinato (ha vinto la coppa del mondo juniores a 14 anni) e i suoi fratelli non hanno dovuto fare troppo a botte con la propria indole: «Mi è sempre piaciuta la velocità. Se non fossi diventato slittinista penso che avrei  provato a diventare un pilota di Formula 1 o MotoGp. Andare veloce per me è tutto».

Per diventare Zoeggeler, Armin ha seguito i sentieri della transumanza degli atleti italiani che andavano ad allenarsi in Austria e Germania. In Italia non c’erano piste fino al 2006, quella di Cortina non è omologata per lo slittino. Dice: «Per noi di questo sport è un sacrificio enorme. E’ un peccato non avere in Italia delle belle piste. Credo che i talenti non manchino, ma se non vengono allenati non verranno mai fuori».

Parole quasi da commissario tecnico, di uno che sta per lasciare il testimone? Non proprio: «Al ritiro non ci penso per niente. Sul calendario non ho ancora scritto nulla. Vado avanti fino a quando ne ho voglia. Se mi guardo in questo momento, con tutto quello che ho in mente di fare, l’addio alle gare è lontanissimo».

Il kaiser, un italiano che ha più dimestichezza con il tedesco che con l’italiano, sa per certo altre due cose. Che di lui l’Italia si ricorda più o meno ogni quattro anni («Ma è così per tanti altri campioni degli sport minori», e vai di spallucce) e che lo sponsorizzano, tra gli altri, le mele dell’Alto Adige. La sua terra, la sua Pacha Mama. C’è chi ha alle spalle miliardarie aziende telefoniche e chi ha le mele volanti, c’è chi cavalca l’etere e chi si tiene alle radici.

Vero è che da un po’ di anni, diciamo quattro, Armin il conquistatore ha piantato meli anche molto a ovest di Bolzano. Un po’ della sua vita si è infatti rivolta a occidente, a Cesana, dove c’è la pista che gli ha regalato un oro olimpico nel 2006 in una notte da sogno. A Cesana, nell’altissima valle di Susa, è traslocata parte della gloria del kaiser. Lì Zoeggeler ha costruito gli ultimi, decisivi successi per battere il record di vittorie in coppa del mondo, per diventare ancora più veloce e prepararsi a vincere: tra un anno ci sono le olimpiadi invernali di Vancouver e il conto alla rovescia è già iniziato.

«Quella pista è velocissima, un misto tra La Plagne e Salt Lake City - racconta dopo le prime prove - Si toccano punte vicine ai 140 km/h. Faremo ancora dei test, sia per gli assetti che per i materiali. E’ un appuntamento importante. Cesana? Per me è una seconda casa. Qui tutti mi aiutano e mi vogliono bene, insieme proviamo ad avvicinare i ragazzi a questa pista e alle discipline del ghiaccio».

A Cesana il kaiser è un mito, si siede a mensa con i ragazzi che vengono a provare per la prima volta il biathlon e lo slittino, il salto dal trampolino e il bob. In suo onore, sulla pista olimpica hanno dato il nomignolo Zoggy al mono-bob che si affitta per scendere da soli ai 90 all’ora nel budello di ghiaccio. Il mono-bob è anti-ribaltamento ed è una via di mezzo tra bob e slittino: si sta semisdraiati e si prova tutto il brivido di una missione impossibile a folle velocità.

Zoeggeler è diventato il testimonial di un momento molto particolare per gli sport della velocità su ghiaccio, ai quali il Piemonte sta facendo la corte anche per non dover abbattere le sue cattedrali che costano moltissimo in termini di gestione, con buchi di bilancio che si dilatano nonostante gli sforzi e le idee del Torino Olympic Park, l’organismo che gestisce gli impianti della città sabauda e delle valli olimpiche.

Ormai Zoeggeler, definito da alcuni lo Schumacher dello slittino, da queste parti è considerato molto più di un totem. In piena estate effettua simulazioni della fase di spinta nella pista coperta del centro olimpico, a ottobre sostiene altri test di spinta, poi arrivano gli allenamenti a novembre e infine le gare: su questo cunicolo, il più tecnico e difficile del mondo, il kaiser non lo ha ancora battuto nessuno. Il suo stato di grazia si è prolungato su questo ghiaccio che sembra fatto apposta per lui, per i suoi 85 chili di marmo dai quali non vuole separarsi: «Dicono che uno più è pesante e più va forte. Io ho provato ad appesantirmi, fino a 88-90 chili, ma ho visto che perdevo coordinazione. Sono tornato indietro. Nello slittino ci vuole un perfetto equilibrio e il mio obiettivo è quello di mantenerlo il più a lungo possibile».

Zoeggeler è un distributore automatico di parole. Come se andasse a gettoni. Gli chiedi una cosa, e di quella lui ti parla. Non dà niente di più e niente di meno. E forse in questo esprime l’essenza dello slittinista, abituato a una vita di sacrificio e cura dei dettagli finalizzati a un minuto abbondante di discesa a velocità supersonica con il minor numero di sbavature. Un concentrato assoluto.

Al cannibale dello slittino si potrebbe chiedere di ricordare la vittoria più bella, il momento più duro, la gioia più grande. Ma è tutto scritto negli almanacchi: ori, argenti e bronzi da Lillehammer ‘94 a Torino 2006, titoli (5 mondiali, 2 europei, 10 italiani), le stellette da carabiniere, i tricolori sventolati, il ritratto delle piste di tutto il mondo da Altenberg, dove ha vinto la prima gara in coppa del mondo nel 1995, a Calgary, dove ha conquistato la 45ª quest’anno. Potresti chiedergli cosa gli manca in un regno così vasto e così longevo, e lui ti risponderebbe solo e semplicemente: «Una pista. Una pista sotto casa, davanti a casa». Stai a vedere che il kaiser è stanco di viaggiare, di fare su e giù per il suo impero.

 

Scritto per il Manifesto – marzo 2009