Avigliana: splendori e miserie del gioco del baseball


Una storia di provincia tra dinamite e generali cubani

La partita in notturna è calda, non solo perché è estate piena. Il lanciatore di Codogno fissa il battitore di casa, poi dà un’occhiata a destra e una a sinistra. E da quel lato si impietrisce: o ha le allucinazioni, o vede qualcosa che non ha mai visto prima su un campo da baseball. Cinghiali. Una mamma e tre cuccioli. Un’invasione di campo che pochi al mondo possono permettersi. Giocatori increduli, arbitri attoniti. Il pubblico ci mette un po’ a realizzare, il tempo di vedere sfumare la famigliola con i suoi titoli di coda nel buio del bosco che attornia il campo da baseball di Avigliana, città di transito con due laghi tascabili all’imbocco di quella Terra di Mezzo che è la valle di Susa.

E’ successo in un quinto inning di quasi tre anni fa. Quella stessa sera, all’ottava ripresa, da Santo Domingo arriva la telefonata all’idolo straniero della squadra di casa, Jordano Collado: «Senti, brutte notizie, è morto tuo padre». Lui continua a giocare, in fondo il baseball è patria e consolazione. I cinghiali lo hanno fatto ridere e poco dopo la vita è andata a proporgli un altro menù.

Notti così, assommate a tanti altri esami e a trasferte fino in Sicilia, hanno ammucchiato ad Avigliana, in tutta la loro incomprensibile alternanza di enfasi e crudeltà, splendori e miserie del gioco del baseball di provincia.

Gli aneddoti e le statistiche dicono che ne sono successe di tutti i colori in questa riserva indiana dove non ci sono recinzioni abbastanza forti da resistere ai sogni e ai cinghiali. Forse perché Avigliana è un borgo molto atipico nello sport tra i meno considerati d’Italia, così snobbato che se un giorno scomparisse ce ne accorgeremmo a malapena.

La squadra, soprannome Le Api, ha iniziato da un mese il campionato di serie A2 nel quale è caduta dopo la retrocessione dalla A1. Ha toccato il cielo. E il cielo l’ha rispedita in terra, non dopo averle riconosciuto di aver spodestato dal trono Torino ed essere diventata la società leader del depresso nord-ovest italiano. La serie A2 è l’arnia più adatta alle Api. Costa meno ed è più pane-e-salame.

E’ in questo limbo che l’Avigliana ha visto completarsi la sua storia da romanzo popolare iniziata quarant’anni fa, quando un tipo del paese a un certo punto decide di andare a vedere l’America. E tra le cose che vede, tra Kerouac e Malcolm X, c’è il baseball.

Quando torna a casa, in valigia mette una mazza, un guantone, una palla e soprattutto un gioco che nessuno sa bene cosa sia, sa solo che è una di quelle cose americane che fuori dall’America evaporano.

Però qualcuno che provi a colpire la palla in un prato libero degli anni ‘70 bene o male si trova. Il baseball aggrega, fa gruppo, e poi il gruppo diventa squadra e appena le squadre si moltiplicano il gioco diventa sport. Quando diventa sport, servono i campi. Il comune assegna al club un terreno strappato a paludi degne del rognoso Texas orientale. Il problema è che in mezzo c’è un pietrone che andrebbe fatto saltare. E’ marzo e il campionato sta per iniziare ma il comune dice che i permessi arriveranno con le renne. Così una notte Avigliana viene destata da un’esplosione. Dinamite. I carabinieri indagano ma non risalgono ai responsabili. Alla fine il caso viene archiviato più o meno così: il pietrone si è suicidato. E intanto si gioca, il campo è già un bazar di sogni e di sacrifici.

Il baseball ricava popolarità. La politica, che arriva su un treno di seconda mano da Torino, corteggia i peones. Si comincia a dire: il calcio è di destra, il baseball è di sinistra. I figli dei fiori non rifilano calci a un pallone ma mazzate a una pallina, che spesso finisce nel granoturco e bisogna prendere una settimana di ferie per cercarla.

Si gioca per il divertimento e per rimorchiare. Succede che anche le ragazze si mettono a giocare a baseball, cioè a softball. Ed è fatta. Diverse famiglie di Avigliana sono figlie di storie d’amore nate tra un ‘batti e corri’. E non pochi sono i figli d’arte che oggi giocano nelle giovanili.

Poi la storia accelera. A fine anni ‘70 l’Avigliana è in C2, poi soggiorna in C1 dove viene centrifugata più volte e infine trasloca in B a metà anni ‘90. La storia potrebbe finire qui. Ma un giorno si presenta un mago da Cuba, l’isola isolata cara a Hemingway e pazza per il beisbol. Mai viste le foto di Che Guevara mentre gioca con Fidel Castro? La divisa è stile yankee, ma il nome della squadra era un tuono: barbudos.

Il mago allenatore si chiama Gerardo Hernandez, detto il Generale, e ha un passato missilistico da lanciatore della nazionale. Il Generale in tre anni trasforma i giovani dilettanti aviglianesi in una macchina da guerra. Giocano un baseball aggressivo e spettacolare. La squadra inizia a vincere. Non una vittoria qua e là, per istinto di sopravvivenza. Sono 47 tacche di fila. Il Generale, che a volte parla con i toni patriottici di Fidel, non si risparmia: quando non allena i grandi, sistema i piccoli, i nuovi che avanzano. Diventa un totem, cosa che gli riesce facile con quel volto da indio.

Avigliana e la Terra di Mezzo si godono il loro tesoro. Alle partite, sul campo sventolano una accanto all’altra la bandiera americana e quella cubana, perché in rosa c’è pure un giocatore nato sotto le stelle e le strisce. Soldi, zero. Pubblico sugli spalti sempre poco. Giocatori e dirigenti tagliano l’erba e le mamme preparano i pranzi dopo-partita come in C2. C’è del mutuo soccorso perpetuo nella storia dell’Avigliana.

Giornali e tv scoprono la riserva indiana. Nel 2001 Avigliana sale in A2, un traguardo che i fricchettoni di un tempo mai avrebbero sognato, nemmeno nelle sere in cui abbandonavano l’erba del campo per una pianta molto più divertente.

Giocando in A2 si deve andare in giro per l’Italia e i soldi restano sempre quelli di una squadra da dopolavoro. Per le trasferte autobus, pranzo al sacco e niente albergo. Si fanno sacrifici bestiali. Le mazze di legno sono care. Quando ne spacchi una mentre piazzi un fantastico fuoricampo, il primo pensiero non è quanti punti fai, ma: merda, come faccio a comprarne un’altra?

I peones dell’Avigliana nel 2006 completano l’impresa: salgono in A1, anche senza il Generale che nel frattempo è tornato a Cuba tra le lacrime di tutti lasciando la panca a Gian Mario Costa, santone torinese del baseball.

Si compie il miracolo di provincia: la squadretta che mette lo smoking e si presenta al tavolo delle grandi. Nettuno. Bologna. Grosseto. Ben più attrezzate e sostenute da sponsor milionari. L’Avigliana, di quel calibro, non ne ha.

Il club va verso l’affondamento ancora prima di iniziare la stagione perché servono quasi 500mila euro. Poi dirigenti ed ex giocatori, con una cordata di tasca propria, salvano il sogno. Giocatori e tifosi sorridono perché la classe operaia va in paradiso. I baracchini del baseball vanno su RaiSport Sat. E i figli dei fiori, capelli grigi e visi segnati, vedono il sogno che avevano da ragazzini diventare realtà: i loro nipoti, i nipoti dei fiori, che corrono da una base all’altra inseguendo una cosa un tempo impossibile.

L’Avigliana tocca il suo Capo Nord. Prima ingaggiava giocatori Usa e getta, ora solo i latinos: Ecuador, Santo Domingo, Venezuela. I soldi si bruciano in fretta mentre sul diamante, durante gli allenamenti, girano salsa e merengue.

Metà delle partite si giocano a Torino, dove c’è uno stadio da baseball con le tribune grandi e di cemento. Quelle di Avigliana sono piccole e in legno da castoro. Le Api precipitano nel finale e spariscono nel tritacarne del baseball italiano dove vincono solo i re di denari.

Il destino di provincia, che punisce impietoso ogni passo più lungo della gamba, presenta un conto salato alle involontarie manie di grandezza dell’Avigliana.

Un conto insostenibile per il club del presidente Antonio Carbone, che ha iniziato il campionato di A2 vincendo quasi tutte le partite e seminando il panico in città: mica vorranno tornare in A1?

E’ molto probabile che in Italia di esperienze come Avigliana se ne contino diverse, un po’ in tutti gli sport-panda a rischio estinzione. Ognuna con la sua torbiera di sentimenti, la sua merce, i suoi cinghiali. Belle storie da raccontare, piccoli affreschi di integrazione razziale.

Ma quanto è triste che di fronte ad ogni Avigliana uno sportivo e un appassionato si ritrovino a fare delle riflessioni amare. Tipo: possibile che nel nuovo, esuberante millennio un sogno degli anni ‘70 possa restare in vita solo grazie a uno sponsor pieno di zeri?

Possibile che, nello sport di oggi, «poveri ma belli» sia un buon titolo ma che non porta da nessuna parte? E’ naturale, ma soprattutto è giusto che certi sogni restino piccoli, e liberi, e invisibili?

 

Scritto per il Manifesto - maggio 2008