Firenze, i giorni della rinascita dopo l'alluvione


Nei ricordi di Angela Camargo, l'angelo del fango messicana

Quattro novembre del sessantasei. L’Arno che straripa e spezza in due la storia di Firenze.

Ma soprattutto i giorni seguenti: uno, due, sette, quindici. Quelli che nessuno commemora e che salvarono un patrimonio dell’umanità in dipinti, sculture, rilievi.

È sempre così. I giorni dopo, non se li fila nessuno.

Eppure sono proprio quei giorni che ci dicono quanto siamo piccoli davanti agli eventi naturali e ai nostri errori. Lì - sotto le macerie della vita - di solito cominciano i capitoli più importanti della nostra esistenza, della nostra storia. Un rinascere istintivo: è nelle difficoltà che sappiamo essere grandi.

 

Questa storia inizia nei giorni del rinascere dal fango: uno, due, sette, quindici. Quelli che nessuno commemora. Su Firenze era tornato il sole: tardivo, pallido, svogliato. Non c’erano luce né acqua, mancava il cibo. Si radunavano cenci e cocci, nel bel mezzo della beltà dei secoli svirgolata dal fiume. Chi si dava da fare su Ponte Vecchio, immergeva le mani nel fango e tirava su gioielli, travolti dall’onda che aveva rovistato nelle botteghe. Cercavano i proprietari per restituirglieli, nessuno osava metterseli in tasca. L’Arno era salito di sei metri ed era entrato in quelle stanze famose in tutto il mondo senza bussare. C’era, oltre al dolore e al freddo, quel silenzio di nubi - epocale, solido - su una città infinitamente speciale.

 

Cinquant’anni fa, Angela Camargo aveva 25 anni. Era arrivata da Città del Messico per studiare scultura all’Accademia delle Belle Arti: «Dovevo stare due anni qui, ce ne sono rimasta 32. L’alluvione mi ha cambiato la vita». Sfoglia un libro ingiallito del 1966, un instant-book dell’epoca. Foto in bianco e nero: il conteggio di una tragedia costata vite umane (35, forse più), libri pregiati e opere d’arte.

 

Oggi Angela Camargo vive a Panama ed è una delle migliori restauratrici del mondo. «Ero partita con questo piano: due anni Firenze, due Londra e due Parigi. Poi tornare a casa e sposarmi. Invece ho trascorso a Firenze gli anni migliori della mia vita. Inizialmente per il fascino di poter fare qualcosa per questo inestimabile patrimonio d’arte. Mi sono data al restauro di sculture e rilievi. Ho trovato due amori in un colpo solo: per il restauro e per uno di questi grandi uomini che hanno lavorato giorno e notte per salvare le opere. Un maestro importante per tutti noi, che ci ha lasciati troppo presto».

I ricordi sono il nostro passaporto storico. Solo quelli ci fanno venire la pelle d’oca al cervello. Quando si tramutano in parole, diventano un fiume in piena.

«A metà settembre è arrivata la pioggia, che ha insistito a ottobre - ricorda Angela Camargo - All’epoca abitavo in via Lorenzo il Magnifico con una ragazza di Londra che faceva il restauro dei dipinti alla vecchia Posta. Si chiamava Claire. Claire Wilkins. Siamo state molto amiche, ci scriviamo ancora. Camminavo dalla parte guelfa alla parte ghibellina, guardavo Ponte Vecchio e dicevo a Claire: questo qui viene fuori. Il 3 novembre andiamo a dormire. L’anziana padrona di casa, che aveva visto la guerra, di notte ci bussa alla porta urlando che ha paura e che bisogna fare scorte di viveri. Non riuscivamo a calmarla. Siamo tornate a dormire. Al mattino ci siamo alzate e non c’era acqua, i termosifoni erano freddi. Niente gas. Siamo andate verso il supermercato, ma era tutto bloccato. Ci venivano incontro facce di anziani, sbigottite. Eravamo ammutolite. L’acqua ci arrivava alle ginocchia. C’erano auto accatastate, l’onda se le portava via e le riportava indietro».

C’era quel silenzio - rotto da piccoli singhiozzi di vita - che ti entra nella testa e non esce più.

 

«Dopo una settimana siamo diventate angeli del fango. Claire aveva gli stivali e poteva raggiungere gli Uffizi, io no: avevo scarpette normali. Poi una commerciante di articoli per la pesca me li ha regalati e ho raggiunto Claire alla vecchia Posta. Lì erano arrivati restauratori ed esperti da tutto il mondo. Ho cominciato così: facendo da interprete tra inglesi e italiani».

 

I pompieri sfondavano le porte degli edifici. Ne uscivano acqua e melma, a torrenti. L’acqua, mista a nafta, serpeggiava nel cuore della città come un variegato al caffè, sfondando i bastioni dell’arte e della storia. Angela conserva foto in bianco e nero che la ritraggono tra le opere d’arte. Sono così lontane nel tempo, che ci vuole un grande sforzo per andare e tornare da quella Firenze a quella di oggi.

 

«Un giorno mi danno un’Ape e con quella devo raccogliere il maggior numero di reperti e opere, per portarle alla Limonaia, a Palazzo Pitti, che era l’ospedale delle opere d’arte travolte dall’acqua. Raccoglievo sculture, trittici e dipinti. È durata tanti giorni. Non si mangiava quasi niente, non si beveva, avevamo le labbra crepate e non ci si lavava, ma non ce ne importava niente: vedevamo solo la salvezza delle opere d’arte».

 

Oggi sul Lungarno ci sono locali dove si parla più russo che italiano. Cinquant’anni fa, di questi tempi, si parlava una lingua universale chiamata arte.

«Avevi il desiderio di salvare dal deterioramento ciò che amavi. Che strazio vedere il crocifisso del Cimabue, perso al 30 per cento. Lo ha travolto la forza dell’acqua, c’è stata un’onda che lo ha preso in pieno. Dalla Biblioteca nazionale uscivano blocchi di melma. Sono andati distrutti tantissimi codici miniati e libri. L’acqua demoliva senza pietà, senza badare a spese».

Oggi basta un sms per dire amore. Basta un tweet per dire Arno, Ponte Vecchio, Uffizi. In quei giorni le parole erano la cosa più difficile da trovare.

«Mi vengono i brividi a rivedere le foto, ogni volta. Vivendolo da dentro, è stato brutto. Ma è un’esperienza che ha cambiato per sempre la mia vita. Sono stata coinvolta in quella lotta disumana che era stata aperta per salvare le opere. Di restauro non sapevo niente. Ho imparato tutto e in fretta, perché non avevamo tempo da perdere. Non avevamo acqua per lavare via il fango e la nafta dalle tele. L’unica cosa che potevamo fare era spostarli con la mano, delicatamente, come quando si accarezzano i bimbi».

 

Oggi l’unica piena è quella dei ricordi, un variegato diverso che dobbiamo registrare, fare nostro, tramandare.

«Un giorno, dopo mesi di lavori senza sosta e senza essere pagati - tanto non ci importava niente di essere pagati - mi arriva una busta. Pensavo a un: grazie, ci sei stata molto utile, ma ora non c’è più bisogno di te. Invece c’era un assegno di 200mila lire. Donazioni dall’estero per pagare i volontari. Ci chiamavano angeli del fango perché ci vedevano andare su e giù sempre sporchi dalla testa ai piedi. Eravamo automi: era una corsa contro il tempo. Quello era patrimonio mio, tuo, di tutti. Dell’umanità».

 

Oggi l’arte vive di luce. Cinquant’anni fa le sculture erano nere.

«Il giorno dell’alluvione non si vedeva quasi niente, il cielo era un peso. Il sole l’abbiamo visto cinque giorni dopo, pallido. Scivolavi sempre. Si beveva latte e acqua. Ho mangiato per due mesi panini con mortadella o con marmellata di fragole. Non li ho mai più voluti vedere».

 

Novembre 2016. Angela Camargo sta per restaurare un dipinto di Roberto Lewis del 1907 al teatro nazionale di Panama. Ha lavorato in Cina, a Londra, a Parigi, in Italia e in tutto il Centroamerica e Sudamerica, quelle che lei chiama le Americhe Varie. Chiese, teatri e collezioni private.

«Ho avuto una fortuna grande, che nessuno ha avuto all’epoca: lavorare a fianco dei più grandi esperti mondiali, imparando tutto sul campo, facendo il percorso al rovescio. Prima ho fatto la pratica, poi la teoria leggendo i libri sul restauro. C’erano i migliori. Non potevamo deluderli».

 

L’Arno in questi giorni si sente gli occhi addosso. Eccolo, il colpevole, scorrere lento e strano, nel suo color curry. Interrogato, finge di non ricordare: è passato mezzo secolo, nini. E poi non è colpa mia se non controllate gli argini e le dighe. Oggi il fiume della bellezza è ancora un pericolo: gli esperti lo sanno, lo dicono.

Angela Camargo passa sull’Arno come cinquant’anni fa. A Firenze ci viene ogni due anni, soggiorna poco fuori città presso la famiglia più amica che ha, i Noferini. Questa volta se ne va con un volo più malinconico, dopo l’anniversario della speranza: i cinquant’anni del delitto imperfetto dell’acqua, che ha lasciato cascate di vita oltre la morte, di luce oltre il buio, di colore oltre il grigio della paura.

 

«Tutto quello che ho imparato qui a Firenze, lo sto tramandando ai miei allievi. Così dalla tragedia si passa alla storia: trasmettendo semplicemente una passione. Ringrazio Dio che a 75 anni posso ancora fare restauri, che posso salire sulle impalcature e fare il lavoro di una vita, imparato nei giorni dell’alluvione. Nell’emozione che provo quando vedo dei bei risultati ottenuti con il mio lavoro, dico: va bene così, si vede che la mia storia doveva andare in questo modo».

 

18 novembre 2016

foto Ugo Splendore e archivio privato Angela Camargo - © riproduzione vietata