Orche contro Aquile a Ushuaia: il rugby alla fine del mondo


Nella Terra del Fuoco si gioca solo... nelle mezze stagioni

L’appuntamento con quello sgusciante coso ovale è sempre intorno alle dieci di sera. In estate va bene perché c’è ancora luce: il sole indugia sulla baia e acceca le montagne che con il loro panama bianco di nuvole sorvegliano Ushuaia, la città più a sud del mondo, 60mila abitanti da copertina impaginati in 14 chilometri di case basse e colorate.

Siamo nella Terra del Fuoco argentina, dove la latitudine è un vanto ma anche un boomerang. D’inverno è un inferno: alle dieci di sera il sole è calato da almeno sei ore e il freddo è un ostinato cliente che la gente tiene alla porta. I giovani più indolenti chiedono asilo ai pub, gli sportivi si asserragliano in palestra.

Quelli Che il Rugby, parenti molto ma molto lontani dei Pumas che hanno sparigliato le carte all’ultima Coppa del Mondo, soffrono come tangueros privati del calore di una milonga. Il loro quartiere d’inverno è un quartiere angusto: ridatemi il mio campo con l’erba verdissima e i pali alti, vi prego, ridatemi la foresta e le nuvole che fanno da spettatori. Vedovi inconsolabili e ruvidi legionari di uno sport che ad alti livelli ha ridato lustro all’Argentina, questi peones fanno pesi e ginnastica aspettando il disgelo per tornare ad avvagonarsi sul coso ovale.

Va avanti così lo sport alla fine del mondo: attende le mezze stagioni. Che devono per forza esistere. L’inverno è improponibile, l’estate è fatta per andare ad impanarsi nelle sabbie bollenti delle coste su a nord. E’ in autunno e in primavera che fioriscono i campionati del cono australe. Nella Terra del Fuoco argentina giocano a rugby solo sei squadre, inscatolate nel campionato di Prima Divisione. Tre sono di Ushuaia (Las Aguilas, Las Orcas e Ushuaia Rugby Club), una di Tolhuin, settemila anime aggrappate alla bellezza del lago Fagnano, un paio di Rio Grande, la città più settentrionale. Se Ushuaia vive di turismo, Rio Grande, 70mila abitanti scarsi, vive di industria della pesca e del fascino delle estancias, immense tenute che foraggiano l’economia della lana e della carne. Il rugby è una dama di compagnia in mutandoni corti.

Nel 2007 il torneo d’apertura l’ha vinto l’Ushuaia, quello di chiusura Rio Grande. Le altre sapevano come sarebbe andata a finire, ma non hanno sbracato. A testa alta prima di tutto. Poi se si vince, meglio ancora. Si passa il turno e si va a giocare contro squadre più a nord e se si vince ancora si va a Buenos Aires in gita premio. Non è mai successo. Ed è forse per questo che a ciascuno di questi club basta e avanza l’essere vivo, il disimpegnarsi tra un sorso di amicizia e l’umiltà di accettare i propri limiti, il misurarsi tra il senso dell’appartenenza e il sudore che si gela al vento.

Le squadre di Ushuaia sono tutto un programma. Las Orcas non hanno un campo e per giocare lo affittano dall’Ushuaia. Per allenarsi corrono sulle strade e fanno stretching nelle piazzole di sosta degli autobus, pettinate e spettinate dal vento. Las Aguilas un tempo volavano alto, oggi no. Il loro nido è incastrato nei tornelli del Parco Nazionale della Terra del Fuoco, un Picasso di boschi, fiumi, cascate e ghiacciai grande 63mila ettari e sorvegliato come un diamante. Durante il letargo, il campo è irraggiungibile, talvolta introvabile. Al risveglio lo sciacquano i torrenti impetuosi, d’estate prende colpi di vento che fanno impallidire la bora, in autunno è il bersaglio preferito degli scrosci tempestosi che scendono dalle montagne. Insomma, è un problema. Ma Las Aguilas non lo mollano, ci sono affezionati e lo considerano il loro stadio Flaminio, il Twickenham dei poveri.

Va meglio all’Ushuaia Rugby Club, evoluta franchigia rossoblù. L’Urc ha un terreno di gioco decoroso, con l’erba a posto e un contorno di boscaglia che smorza i venti. Non è un biliardo, ma nemmeno un lunapark per carri armati. Tutto intorno ha una bianchissima staccionata alta un metro. Il pubblico ci gira intorno e ben si guarda dallo scavalcarla, nemmeno nei match più accesi quando gli spettatori arrivano a duemila.

Martìn Monte, 39 anni, da quattro anni è il presidente-giocatore dell’Ushuaia. Fondato nel 1981, è il club più organizzato e ambizioso della città, tiene corsi per bambini e gestisce colonie. A metà dicembre l’Urc ha ospitato il «Seven più a sud del mondo», dove Seven sta per torneo a sette giocatori, un rugby geneticamente modificato per fare spettacolo. Sono sbarcate a Ushuaia 19 squadre da tutta l’Argentina. E’ il richiamo della foresta australe, al quale il mondo non sa resistere. In questa città sono fortunati. Basta che aggiungano a un evento la dicitura ‘più a sud del mondo’ e tutti si precipitano. Diventa epica anche una gara di torte.

Come metà degli argentini, Martìn ha origini italiane: Motta Camastra, provincia di Messina. Ha una ditta di installazioni commerciali, si nutre di bacche di rugby e tutti i momenti liberi li dedica all’ovale. A fine dicembre era lì che pitturava la sede, piena di vecchie foto di mitiche trasferte in Europa, trofei che per un visitatore sono polvere mentre per ogni tesserato dell’Urc sono esami di storia antica e moderna, clavicole andate, molari saltati e cicatrici ornamentali. Sono il rugby allo stato puro, allo stato brado. Tre allenamenti alla settimana, due ore alla volta, per nutrire il bisogno fisiologico e ancestrale di una partita.

Nessuno ha mai mollato, neanche quando, e correva l’anno 2001, con l’Argentina alla deriva, si viveva alla giornata e ogni paese di queste zone viveva di una propria economia ignorando le direttive del primo governo che passava. I soldi valevano carta igienica, le merci erano nuvole passeggere. Qualcuno, per campare, usava il baratto.

Quindi altro che Pumas, altro che sponsor miliardari. Il tesoretto dell’Urc è la Panaderia Artesano, che per i cittadini sforna pane e dolci mentre per i turisti forgia amuleti che tengono lontani gli spiriti cattivi. Las Aguilas sono sostenute dalla Banca della Terra del Fuoco, ma vedono soltanto gli spiccioli. Las Orcas non hanno uno sponsor, perché è già tanto se hanno una squadra. Eppure di loro e di tutti gli altri si occupano il giornale locale, El Diario de la Fin del Mundo, e le radio: a Ushuaia ce ne sono 18 e c’è un certo Martìn Perez, periodista incontenibile, che tiene una trasmissione molto seguita, ‘La Bestia Deportiva’.

Martìn Monte dice che ogni tanto la ascolta in macchina. La sua auto rossa fa un po’ da ufficio e un po’ da magazzino della squadra: «Noi viviamo di sola passione. Da piccoli impariamo tanti sport. Perché qui, non ci crederete, ma si pratica di tutto: dal calcetto al basket, dall’hockey a rotelle allo sci. Il rugby, se ti entra nelle vene, sei fregato. Io senza rugby sarei già un vecchio».

Martìn mette in moto, attraversa mezza città con il piglio rapido di un mediano di apertura e passa a prendere il vicepresidente Juan Pelloli, un po’ più stagionato di lui e con gli avi espiantati dalle zone del lago di Como. Pelloli lavora in municipio: nella vita fa l’antipatico notificatore di debiti col comune. Qui nessuno è sportivo di professione. Il leader della squadra, Juan Josè Perick, è il capitano di una barca che porta in giro turisti sul Canal de Beagle, che divide la Terra del Fuoco argentina da quella cilena. L’altro vecchio leone è Sergio Amaya, impiegato. Poi largo ai giovani.

Tutti i giocatori, da ragazzi, sognano un contratto da qualche parte o almeno una convocazione nella selezione regionale della Urtf, Union Rugby Tierra del Fuego, che partecipa a un campionato nazionale al quale fanno la posta molti osservatori. Ma, a parte rare eccezioni di giocatori che migrano nelle squadre calienti della capitale, tutti alla fine si accontentano di rimanere nella grande famiglia australe per correre dietro alla palla-canguro e sbrigare le faccende del terzo tempo dentro le club house dove scorrono birra e asado, il padre di tutti gli arrosti.

Dentro questa tribù si rischia di diventare piccoli miti, come Martìn, e di giocare partite da leggenda. Come quelle che stanno per arrivare. Adesso che è iniziato l’autunno, i campionati si danno una mossa perché non è lontano il giorno in cui il buio e il gelo stringeranno d’assedio Ushuaia. Torneranno il tempo delle palestre e la data di un famigerato, inimitabile torneo: il Seven invernale. In pratica, per un giorno intero i migliori rugbisti giocano match convulsi nella neve, vestiti da esquimesi ma a mani nude (viola). Applausi ovattati ma sinceri del pubblico, sponsorizzazioni tutto intorno e piccoli sponsor sulle maglie.

Tra i secolari sostenitori ce n’è uno che non si tira mai indietro: è il ristorante Volvèr, uno dei posti più incredibili di Ushuaia. Fino a qualche anno fa era gestito dall’ultima discendente degli Ona, gli indiani della Terra del Fuoco. La vecchia e i successori hanno raccolto un’infinità di oggetti, da grammofoni a scarpe da tango, da conchiglie a biciclette, da stampe a pezzi di barca, da palloni a maglie da rugby. Li hanno appesi ai muri, che ancora indossano la tappezzeria degli anni quaranta: giornali. Vecchie pagine ingiallite e un po’ consumate sulle quali si può rileggere il passato degli ultimi avamposti del mondo prima dell’Antartide.

Al Volvèr ci hanno lavorato tanti ex galeotti appena rilasciati dal penitenziario della città, così unico e così famoso da essere trasformato in un museo. Volvèr sponsorizza una squadra locale quando c’è il Seven estremo sulla neve: la squadra dei Presos, i Prigionieri. Indossano delle galeottiche maglie gialle a strisce nere orizzontali. Le maglie della libertà. «L’ho indossata anch’io - racconta Martìn Monte mentre stende divise dell’Ushuaia nella lavanderia - e ha un fascino speciale. I galeotti sono un pezzo di storia della città e un po’ rappresentano il nostro spirito: confinati alla fine del mondo ma pieni di voglia di vivere, di giocare, di sentirsi liberi e indistruttibili».

L’orgoglio argentino. Trovato, finalmente. Ecco qua i laboratori dove viene costruito. Nella Terra del Fuoco hanno anche il vantaggio di disporre della galleria del vento per studiare meglio i prototipi. Esci da una collezione estate-inverno di freddo, botte, grigliate, lividi, sorsi di mate, corse, bronchiti, placcaggi e sacrifici e sei fiero, temprato, sei musica alle orecchie del tuo ego. Un ego così alto che per suicidarsi, dicono i detrattori degli argentini, basta salirci sopra e buttarsi giù.

Ma senza orgoglio qui non si andrebbe da nessuna parte. Come potrebbero esistere ancora Las Orcas e Las Aguilas, queste squadre che prima dello sport praticano il nomadismo degli impianti d’allenamento? Come potrebbero Las Orcas tornare in campo la prossima volta dopo le sconfitte rimediate nel mini-torneo di metà marzo? Un torneo che ha acceso i riflettori sulla nuova stagione. In sintesi: Las Aguilas hanno battuto l’Universitario di Rio Grande 17-0 ed è già una notizia; l’Ushuaia ha ballato sia sulle orche (24-0) che sull’Universitario (31-8); Rio Grande, campione in carica, ha stritolato le orche (altro 24-0, non ci siamo ragazzi) e poi le aquile (14-10). Ma era solo un torneo-lampo. In campionato si farà sul serio. Con il rischio che le orche e le aquile, così invise al dio del rugby, ne prendano il doppio.

 

Scritto per il Manifesto – marzo 2008