Jerusalem


L'invisibile battaglia demografica nella città santa

Da anni l’Autorità Nazionale Palestinese attende dalle Nazioni Unite il riconoscimento dello stato palestinese. Se arrivasse un sì, a Gerusalemme est spetterebbe il ruolo di capitale. E per gli arabi israeliani della città santa, impegnati in una silente ‘battaglia demografica’ per conquistare una maggioranza fondamentale, inizierebbe una nuova era.

Questo conflitto invisibile li sta mettendo a dura prova. Nell’area della città gli ebrei sono 400mila, gli arabi circa 200mila. Ma la loro quota è in aumento. Le battaglie procedono tra carte bollate e leggi umanitarie internazionali trattate come zerbini.

«Siamo praticamente dei residenti, ogni giorno cerchiamo di non farci fregare. Ci mandano via dalla nostra città, la città dei nostri padri e dei nostri nonni»: questo dicono, gli arabi israeliani di Gerusalemme.

 

GIOVANI SPERANZE

Jerusalem. Il cuore dentro l’ostacolo. La zona orientale è araba, quella occidentale il comincio d’Israele. Una città che potrebbe vivere del proprio incanto, tutto storia e religione, e invece si contorce tra mura soffocanti.

Qui c’è sempre un muro da capire, da affrontare. Ovunque ti giri c’è un muro. Le mura della città vecchia, incise dai secoli e dalle pallottole degli assedi. Il Muro del Pianto, il posto dell’anima degli ebrei, sormontato dalla Cupola della Roccia, ovvero la moschea dorata che è il terzo grande luogo sacro dell’Islam.

Infine, il Muro del Pianto dei palestinesi. Lo hanno alzato gli israeliani a est della capitale per proteggersi dalle incursioni terroristiche: 120 chilometri di cemento che hanno separato Israele dalla Cisgiordania, traendone l’anima.

Per andare al muraglione si prende un autobus per uno dei sobborghi della capitale. Le strade sono buone, i bus hanno 20 posti. Sono bianchi e verdi, fanno fermate a richiesta. Quelli degli ebrei, che vanno sempre dalla parte opposta, sono verdi e bianchi, a due piazze, lustri e frequentati dai militari.

Il bus numero 74 porta a Beit Hanina, 60mila abitanti, dove c’è la sede della Ydd (Youth Development Department), un’associazione che dal 2000 lavora per il futuro dei giovani arabi israeliani residenti nell’intercapedine tra Jerusalem e il muro dei Territori.

In questo cuscinetto di dieci città, contenente un terzo degli abitanti della capitale, vivono migliaia di giovani che chiedono un domani migliore. Studiano e bruciano le tappe, diventano adulti a 15 anni.

I loro genitori hanno i nervi scoperti. Il vincolo palestinese con Jerusalem prima era di sangue, di famiglia. Ora è soprattutto di legge. Il tesserino blu, che attesta la cittadinanza, è vitale. Se perdi il diritto ad averlo, ti ritrovi in un attimo scaraventato oltre il muro.

Prima del ’96 questi agglomerati erano parte solida di Jerusalem e la gente faceva di tutto per andare ad abitarci. Poi sono diventati distretti dove più che cittadini si è quella cosa lì: residenti. Si pagano tasse, si vive nell’ansia di sbagliare, si getta il tempo nei gorghi della burocrazia. La battaglia demografica comincia qui.

Nella sede della Ydd campeggiano bandiere di Progetto Sviluppo, Cgil, Arci e Uisp, i partner dell’associazione che è sostenuta per il 90 per cento da finanziamenti italiani.

Mazen Jabari, 50 anni, è il presidente: «All’inizio l’obiettivo era preservare l’identità palestinese. Ora lavoriamo per dare la speranza di un futuro ai ragazzi. Gli insegniamo a nuotare, a sopravvivere. Il 20 per cento di loro ha espresso il desiderio di andarsene all’estero e questo ci fa stare male. Non vedono il loro futuro qui. Noi proviamo a dirgli di restare a costruire qualcosa di nuovo. Resistere e restare umani».

Il suo telefono, interno 104, squilla come pochi. Le iniziative non mancano, l’Italia è in prima fila: «Grazie ai centri sociali e alla sinistra più concreta elaboriamo progetti di studio e integrazione. L’ultima volta che i nostri ragazzi sono venuti da voi hanno chiesto a dei coetanei se sapevano dov’era la Palestina. Molti non lo sapevano. Questo per dire che alla nostra causa manca visibilità. Lavoriamo per non essere dimenticati».

Jabari spiega che i problemi cominciano sotto casa: «C’è gente di Betlemme che non ha mai visto Gerusalemme. Eppure sono 15 minuti d’auto. Il governo israeliano, con il muro, ha tagliato fuori persone e diritti senza farsi problemi, separando vite e famiglie. Vede, questa terra in fondo è piccola. Ebbene, loro ce l’hanno resa enorme. Facciamo chilometri inutili per aggirare i check-point, restiamo in coda per ore».

Jabari lavora da 30 anni per i ragazzi. Ha maturato un fluido senso di responsabilità, ma si arrende quando gli si chiede cosa vede nel futuro: «Non sono ottimista, non c’è soluzione. Israele ci ha già tolto tutto. La terra, l’aria. I cancelli li aprono loro. E chi ha le chiavi è il padrone di casa».

Vi sentite soli? «Qualche volta. Purtroppo i primi a dimenticarsi di noi sono gli stati arabi».

E se l’Onu accogliesse la richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese? «Non so cosa cambierebbe. Abbiamo una classe politica disunita. L’Autorità si sta deteriorando. A Gaza si ragiona in un modo, nei Territori in un altro. In ogni caso, quello che vogliamo è che per prima cosa ci vengano restituiti i confini del 1967. Quelli che Israele, in tanti modi, ci ha scippato».

 

DIRITTI E ROVESCI

A 200 metri dalla sede della Ydd c’è quella della “Civic Coalition for defending Palestinians’ rights in Jerusalem”. Anche il telefono del direttore esecutivo, Zakaria Odeh, squilla di brutto. In questa sede giovani arabi d’Israele cominciano a studiare, durante le vacanze, diritto civile e diritti umani.

Sono 23 le organizzazioni per i diritti umani che fanno capo alla Civic Coalition. Odeh è stato in prigione tre volte. A titolo preventivo, gli hanno detto, perché intorno a lui c’era troppo movimento. Odeh parla mentre fuori il vento inscena il solito spettacolo da quattro soldi, facendo ondeggiare cavi della luce e scoperchiando la povertà delle cose, della gente, dei cani.

«Israele ci chiude nelle nostre case - dice - Qui è quasi impossibile costruirsene una. Solo per ottenere il permesso si attende dai cinque ai dieci anni, in più si pagano 15mila dollari. Poi ti devi fare la casa, ma con quali soldi? In queste aree ci sono tante persone e poche abitazioni. Così, per disperazione, molti se la fanno abusiva. Quando vengono scoperti, gli viene imposto di demolirla. Devi demolirtela tu stesso, con le tue mani. Ha presente cosa voglia dire buttare giù la propria casa, quale violenza psicologica sia? Se ti rifiuti, ci pensano loro. E paghi. Sono 10-15mila dollari».

Dal 1967 a oggi sono state rase al suolo 9mila abitazioni. Odeh dice che le case abusive a rischio sono circa 21mila nella Gerusalemme est. La situazione peggiora di continuo per via delle confische di terreni da parte di Israele: «Trapiantano coloni e s’inventano la creazione di vitali aree verdi. Parchi, parchi archeologici, e ancora parchi».

Chi ha una famiglia numerosa e non ha una casa viene sconfitto dal peso dell’affitto. A Ramallah, oltre il muro, si paga la metà. Così molti si fanno due conti e lasciano Gerusalemme, lacrime alla mano. Oltre il muro sono già sfilati 100mila palestinesi.

La Civic Coalition è sostenuta da fondi europei, per la maggior parte norvegesi. Ha sei dipendenti e tanti attriti con la legge. I suoi due avvocati corrono in continuazione contro il tempo per salvare case e documenti di residenza.

Odeh maneggia comunicati stampa e opuscoli informativi. Il bollettino della Civic Coalition, in inglese, non basta a far conoscere al mondo la situazione. Gli ultimi sviluppi hanno accentuato i problemi: «Israele sei mesi fa ha dichiarato prioritaria Gerusalemme, invitando i profughi ebrei a tornare in città. Ha previsto agevolazioni fiscali e incentivi. Ed ecco una nuova ondata di immigrazione ebraica. Ora stanno colonizzando il quartiere armeno della città vecchia». Un tempo gli armeni erano 50mila, oggi non più di 3mila.

Odeh parla di Gerusalemme come di un “prototipo di colonizzazione”. Un inquietante laboratorio: «Quello che Israele fa qui, poi lo fa ovunque. Tra sfratti e acquisti, si impadroniscono di case che appartenevano agli arabi». A scanso di equivoci, i coloni cittadini fanno sventolare una bandiera di Israele dal tetto o dal balcone.

La legge è tutta a favore degli ebrei. Se risulta che una casa occupata dai palestinesi prima del 1948 apparteneva a loro, si sfrattano gli occupanti o si rade al suolo l'edificio. Non accade mai il contrario, cioè che un arabo possa rivendicare la casa in cui abitava prima del 1948.

 

LA VECCHIA GUARDIA

Nella città vecchia il quartiere musulmano è il più grande e il più gremito. I quartieri ebraico e cristiano sono più sonnolenti, talvolta immobili nel loro rigore.

Al fondo della parte ebraica, un’anziana libraia che vive tra galassie letterarie pare lontana anni luce dalla guerra demografica che si combatte a poche centinaia di metri dalla sua angusta libreria: «Francamente credo che molte cose siano più grandi di noi. Tanto da non renderci conto di cosa stia accadendo. Io ho fiducia nel mio governo, anche se penso che potrebbe spendere meglio i suoi soldi. Le proteste in piazza a Tel Aviv, con tutti quei giovani, devono farci riflettere. Comunque, se può farle piacere, un libro che amo tanto è italiano: ‘Cristo si è fermato a Eboli‘, di Carlo Levi».

Nella città vecchia, dove religione e storia hanno affrescato luoghi di culto millenari, Dio detta i tempi della giornata e la gente si muove nel rispetto delle scadenze. Preghiere. Riti. Giorni sacri come lo shabbat, il sabato degli ebrei dove nessuno fa nulla, ma proprio nulla.

Eppure gli abitanti sono carichi di latente elettricità. Una quiete irreale, immersa in un vivere quotidiano che appare frenetico. Qui tutti sono simpatici e amichevoli tranne quando cercano di venderti qualcosa. Cioè, sempre.

La città vecchia è tutta una scoperta. Dalle mura si dominano tetti e parabole, cortili asimmetrici e vicoli spinosi che spezzano le geometrie urbane. Soldati israeliani passeggiano nel suk e controllano documenti. Sono soldati giovani. Ci sono anche ragazze che studiano da soldato: infilate nella loro mimetica verde oliva, si spostano a branchi, talvolta scortate. Nel quartiere ebraico un’associazione, con il suo gazebo, raccoglie fondi per i soldati israeliani vittime della guerra.

L’elemosina è bipartisan. Nessuno fa il simpatico. Nessuno fa il perfetto. Quelli che hanno una fede, li riconosci. O portano una croce lungo la Via Dolorosa diretti al Santo Sepolcro, o camminano spediti verso le porte d’accesso delle moschee; oppure si ammassano ai check-in nei pressi del Muro del Pianto. Qui, lungo le scalinate, gli ortodossi più ortodossi si parano davanti al turista, gli stringono il libro sacro tra le mani e gli pongono una mano sulla testa per purificarlo in pochi attimi permeati di afferrabile imbarazzo.

Ci sono momenti della giornata in cui un buon succo di melograno spremuto sul posto arriva come un rinfresco divino dopo tanta afa religiosa.

 

LA TORRE DEL FENICOTTERO

C’è un angolo estremo della vecchia Gerusalemme che ha un forte legame con l’Italia. E’ il centro sociale Torre del Fenicottero. Chiuso dalle mura nella punta nord-est, nel quartiere musulmano, è un importante luogo di aggregazione per i giovani. Sport e cultura, per cominciare.

Dentro il centro sociale c’è uno spazio che si chiama “Il giardino di Angelo”. E’ uno slargo di malandato cemento dedicato a un ragazzo di Monterotondo, Angelo Frammartino, ucciso il 10 agosto 2006, proprio lì vicino, fuori le mura.

Angelo aveva 23 anni. La versione ufficiale è che sia stato accoltellato alle spalle da un palestinese che lo aveva scambiato per un ebreo. Sulla sua morte, tutti i frequentatori della Torre del Fenicottero avanzano dubbi.

«Io un ragazzo ebreo lo riconosco a cinque chilometri di distanza - dice un giovane muralista scrutando due poliziotti in borghese che hanno appena varcato l’ingresso per una visita di cortesia - Tutti noi sappiamo distinguerli. Eppure quel tipo ha pugnalato Angelo alla schiena. Mi fa strano, molto strano…».

La tesi, ovattata, è che sia stata una montatura di Israele per dissuadere i volontari della cooperazione internazionale ad avvicinarsi alla causa degli arabi. Una tesi difficile da sostenere. Eppure qui ne sono convinti.

Nihad Zgair è il ragazzo tra le cui braccia è spirato Angelo Frammartino. Ha 36 anni ed è il trascinatore della fiorente attività calcistica del centro. Racconta: «Ero qui che allenavo i bambini quando mi urlano di correre fuori che è successo qualcosa ad Angelo. Lo trovo lì, nel sangue. Non so che fare. Mi muore in braccio mentre arriva la polizia. Mi prendono e mi accusano di essere l’assassino. Per fortuna mi scagionano le immagini delle telecamere di un museo che c’è dall’altra parte della strada».

Nihad indica fuori, da sopra le mura. «L’hanno ucciso qua sotto. A cento metri da uno dei più grandi distretti di polizia della città. Ti sembra normale che uno uccida dove è pieno di poliziotti?».

Nella sede della Torre del Fenicottero ci sono foto di Angelo con i suoi amici palestinesi. Una di loro si è sposata. Un altro gestisce un negozietto. La vita è andata avanti. Nihad allena tutti i giorni, le squadre giocano sul campetto in erba sintetica costruito da  italiani. Ogni tanto ci scappa l’amichevole di lusso: cooperatori contro residenti. Sono partite strane, quasi assurde. Fuori c’è un dramma continuo, dentro solo voglia di buttare fuori le tossine di giornate difficili su ambo i fronti. Il calcio come arma di distrazione di massa: ecco cos’è dentro questo centro sociale.

Il responsabile è Khader Rajabi, un uomo grosso dagli occhi guizzanti: «Siamo poveri e pieni di problemi. Ma non siamo stupidi. La morte di Angelo Frammartino è pregna di lati oscuri. Il fatto che sia stata rifiutata qualunque investigazione sul caso da parte delle autorità israeliane fa fare strani pensieri. Per loro è stato tutto chiaro dall’inizio. Per noi no».

 

IN VIAGGIO CON QUSAY

Ogni 28 maggio al campo profughi di Shufat, nella Gerusalemme est, i palestinesi ricordano con un torneo di calcio Vittorio Arrigoni, ucciso il 15 aprile 2011 a Gaza da mani arabe: una cellula salafita ‘impazzita’.

Tra gli organizzatori c’è la Ydd. Ne parla Qusay Abbas, numero due dell’associazione: «Non è un caso che il torneo si svolga a Shufat. In questo posto ci sono 40mila palestinesi e con Silwan, che ne ha 70mila, è uno dei tre punti critici nella mappa degli arabi d’Israele. Sono posti dove non c’è niente, dove si soffre e basta».

Il terzo punto critico è la vecchia Jerusalem, dove Quasy, 39 anni di cui otto trascorsi in Italia a studiare ingegneria, è nato e vissuto: «Siamo in 40mila. Fino al ’95 eravamo in 15mila. Lavoriamo sui giovani perché sono il 60 per cento della nostra popolazione. Sono la nostra speranza. Gli diamo gli strumenti per capire la storia e per non farsi sopraffare. Non vogliamo che perdano la speranza e diventino guerriglieri».

Con Qusay si sa sempre dove andare. Un bus per Betlemme, dieci chilometri a sud di Jerusalem. Il check point, un rubinetto che si apre e si chiude («è la metafora della nostra condizione», dice). La vita e la gente oltre il muro, il succo di mandorla nei chioschi a pochi metri dalla chiesa della Natività dove i mercanti del tempio, che hai già visto in azione al Santo Sepolcro, perpetrano il sacramento del merchandising. La percentuale di cristiani in Palestina è irrisoria: il 3 per cento. Fanno arredo.

Il muro di Betlemme ne vede di tutti i colori: «Osserva. Lo hanno eretto subito dopo l’ultima casa della città. Dall’altra parte è rimasto l’uliveto dei proprietari della casa, che di fatto hanno perso la loro fonte di vita. Possono accedere al campo due volte l’anno. Sai che roba».

Poi, il triste peregrinare del bus arancione per Ramallah, 18 chilometri a nord di Jerusalem, dove l’Autorità Nazionale Palestinese ha introdotto l’ora legale e dove c’è anche chi non osserva il ramadan. Una località di villeggiatura diventata il simbolo di un paese che non c’è. Una città che vive nel mito di Arafat. Belle auto, bei negozi, cinema, caos e iniziativa. Una capitale virtuale in attesa di giudizio.

Il rientro a Jerusalem sul 18 ristagna al check point di Kalandia, altro campo profughi dal quale escono la polvere e il rumore della povertà. «Va bene che ci riconoscano come Stato, ma abbiamo un’economia tutta da inventare - dice Qusay - Per ora siamo un paese che si basa sui finanziamenti della comunità internazionale: o si lavora per l’Autorità, o nel piccolo settore privato oppure per le ong. Nient’altro».

Tornato dentro le sue mura, Qusay si rimette al lavoro. Otto ore al giorno, solo quattro pagate. Il resto è volontariato. Per Jerusalem questo e altro: «I nostri ragazzi meritano un futuro vero. Di pace e di dignità».

Anche questo è Jerusalem, la città santa dove la santità non appartiene a nessuno e dove il pellegrino ignora la guerra demografica in corso. E ignora senz’altro quello che Odeh definisce «…il puzzle diabolico di Israele»: abbattimenti di edifici, espropri, confische, manuali di storia per bambini che perdono capitoli della storia araba, perquisizioni, demolizioni d’identità e strani fatti che accadono a membri della cooperazione.

Negli ultimi 15 anni, per nebulosi ‘motivi di sicurezza’, qui sono state chiuse 28 organizzazioni non governative: «Ogni giorno può essere quello buono. Anche per noi».

 

Agosto 2011