Le bugie delle Olimpiadi di Torino 2006


Dai giamaicani del bob agli impianti smantellati

 

La cosa più importante da capire era se questa enormità di soldi, di genti, di strutture e di promesse avrebbe avuto una ricaduta positiva sul panorama olimpico, che andava da Torino alle cime della val Susa e che era stato unto dal Signore degli anelli con tutto l’amore del business.

 

Non era facile non farsi annebbiare dall’emozione e dall’eccitazione di trovarsi sulla giostra più planetaria dello sport. Tanti addetti ai lavori, inebriati, abboccarono - impunemente sposandola - a una delle più grandi menzogne di Torino 2006: che la costruzione cattedralica di impianti per gli sport invernali dell’est (trampolini, pista di bob e slittino) dopo l’olimpiade potesse trasferire tutto quanto, tutti quanti, qui all’ovest.

 

Non è accaduto. A pensarci bene, era come se si volessero far diventare i canederli il piatto tipico della Sicilia. Per un po’, dopo l'olimpiade, gli impianti  hanno ospitato allenamenti e gare, ma gli stratosferici costi di gestione hanno tumulato i trampolini di Pragelato e la meravigliosa pista di Cesana Pariol. Nemmeno un testimonial mondiale come Armin Zoeggeler, leggenda dello slittino, è riuscito a salvare il pitone di ghiaccio dopo averlo eletto amico del cuore avendoci vinto sempre, olimpiade compresa.

 

Per non parlare della nazionale giamaicana di bob, adottata dalla Fiat e da Sestriere. Bisognosi d'affetto, scapestrati, scanzonati veicoli commerciali. Vennero ad allenarsi e a mostrare i muscoli: erano tra le migliori squadre al mondo nella fase di spinta. Gambe rubate all’atletica. Ebbene: fecero e fecero fino a che non si qualificarono all’olimpiade creata anche per loro. Non avevano un proprio bob, si presentarono all’ultima gara e se lo fecero prestare. Scesero come leoni marini, si qualificò il Brasile, che poi ai Giochi, per entrare nella storia, fornì il primo dopato: Armando Dos Santos.

 

In tutto questo la Fiat fece una magia unica, facendo passare praticamente inosservata l’assenza dei giamaicani. Il pubblico se ne accorse alla cerimonia inaugurale: non c’erano né alla lettera G, né alla lettera J. Dov’erano i guasconi? A casa. In Italia venne solo il leader, che per 20 giorni firmò felpe allo stand Fiat.  

Ma torniamo a Cesana, tre volte vedova. Oltre a bob e slittino, anche il biathlon se l’è data a gambe. Per gli impianti olimpici (sito biathlon e pista di bob-slittino-skeleton) vennero spesi 110 milioni di euro. Il serpente è stato chiuso nel 2011. Finiti i soldi. Ogni anno costava un milione e 300mila euro di manutenzione. Nel 2012 è iniziato lo svuotamento delle cisterne contenenti l’ammoniaca che serviva a ghiacciare la pista, 50 tonnellate di lacrime.

 

Il sindaco Lorenzo Colomb: «La pista di bob sarà smantellata del tutto. Il Comune non ha i fondi per farla funzionare e nessun ente si è fatto avanti. Il Politecnico sta portando avanti studi per creare su quell’area nuovi impianti sportivi. Noi abbiamo dato idee di sviluppo, ora attendiamo i risultati. Nella zona del biathlon sorgeranno invece campi da tennis. Il prodotto neve non basta da solo, i centri montani devono orientarsi ormai su tutte le stagioni».

 

Cosa vi ha lasciato l’olimpiade di buono? «Ottimi impianti di risalita e di neve artificiale: abbiamo la dorsale d’innevamento programmato più lunga della Via Lattea».

 

A Sauze d’Oulx, sulla pista di free-style sta per sorgere un campo da calcio. Come si può biasimare Sauze? Se voleva essere protagonista nel 2006 l’alternativa era tra il free-style e il niente. Venne realizzata la pista gobbata, esposta al sole, a quota 1300 metri. Ci fecero otto gare, fine. La città ne ricavò, come tutte le località d’alta quota, nuovi impianti di risalita e di innevamento, fognature e depuratore acque.

 

Il sindaco di oggi, Mauro Meneguzzi: «Non abbiamo rimpianti. Si sapeva che quella pista sarebbe durata 15 giorni. Dell’olimpiade Sauze ne ha beneficiato sia in immagine che in infrastrutture. Il campo di calcio? Ormai si ragiona sulla montagna in versione estiva, perché gli inverni sono sempre più corti e meno nevosi. Contiamo anche di realizzare un impianto di tiro a volo».

 

Pure Sestriere, dove il braciere olimpico ha quasi lo stesso appeal di un cestino dei rifiuti (e speriamo che non venga a saperlo il membro onorario del Cio Gianni Agnelli, decisivo per portare i Giochi a Torino e in alta valle), e Bardonecchia hanno visto migliorare le infrastrutture, dalla viabilità alla ricettività alberghiera. Insomma è questa l’unica grande eredità lasciata dalle olimpiadi in alta valle di Susa.

 

Per il resto, delusione. Gli sport invernali e del ghiaccio non hanno fatto il minimo salto di qualità. Non è nata una vera mentalità turistica collettiva che desse maggiore unità al territorio e alla sua promozione. Spento il braciere, è tornata la fertile normalità, fertile per la crisi che di lì a poco avrebbe fatto strike. Oggi sulle montagne olimpiche si soffre come prima delle olimpiadi: se non nevica, la stagione fa acqua da tutte le parti.

 

Dallo sbriciolamento post-olimpico si sono salvati a Torino il Palavela, utilizzato per manifestazioni sportive, e il Palasport Olimpico, all’epoca Pala-Isozaki, oggi PalaAlpitour, domani PalaQualcosaltro. Ospita concerti. Torino rimane la più beneficiata dai Giochi: ora il suo centro è un salotto, i turisti lo adorano, si beve, si canta e se tutto va male Gigi D’Alessio non ce lo togliamo più di torno.

 

Il costo totale per realizzare le strutture di Torino 2006, compresi i quattro villaggi olimpici e le infrastrutture di contorno, venne arrotondato a due miliardi di euro. Cifra alla quale vanno aggiunti gli 1,5 miliardi per l’organizzazione dell’evento, somma recuperata quasi tutta con diritti tv, sponsor e vendita di biglietti. Ma non era stata minimamente contemplata, come invece è accaduto in altre località olimpiche, la gestione del futuro degli impianti. E questo, all’epoca, ci aveva fatto andare via dalla cerimonia di chiusura con il post scriptum olimpicum: tranquilli, tra dieci anni giocheremo più a bocce che a curling.

 

Scritto per Luna Nuova del 12 febbraio 2016