Ode alla Ruta 40


Viaggio ai confini del vento nel cuore della Patagonia, tra pascoli, armadilli e un senso profondo di libertà

C’è sempre un’immagine che ti rincorre, in Patagonia. Per esempio sulla Ruta 40 lasci indietro vento, tavole di colori e qualche amico passeggero. Soprattutto se ti concedi un po’ di autostop. Basta frequentare i benzinai: gli chiedi se conoscono qualcuno che va nella tua direzione, oppure di segnalarti chi ha spazio nel bagagliaio.

Da Comodoro Rivadavia, Chubut atlantico, ho raggiunto la Ruta 40 e la provincia di Santa Cruz il giorno di Natale grazie a due ingegneri petroliferi e un camionista che trasportava parenti e mobili a Los Antiguos, sul lago Buenos Aires che sconfina in Cile. Al ritorno avrebbe portato frutta a Rio Mayo, una rotonda sul nulla.

Los Antiguos è una città di ciliegie. Non erano ancora mature. Ho ripiegato sul salmone, altra istituzione. Il vento era così forte che le onde del lago somigliavano a quelle di un mare. La città è verdissima e piena di pioppi che servono a proteggere i frutteti dal vento.

Il giorno dopo una famiglia olandese mi ha dato uno strappo da Los Antiguos a Lago Posadas, nei paraggi del Lago Pueyrredon. In questi tratti non c’è turismo di massa. Si viaggia solitari sotto le Ande. Si annotano montagne color prugna e strade grigie orlate di giallo e arancio. Sono fiori e licheni che convivono in un silenzio stepposo. E’ la Patagonia degli scrittori in fuga e di tutti quelli che hanno provato a raccontarla senza macchina fotografica.

Sterrata e polverosa, la Ruta 40 sembra si attenga a un passato scritto da insediamenti di peones e nobili banditi. Ne stanno asfaltando lunghi tratti per renderla più accessibile ai turisti, spinti a sud dall’attrazione per trekking e alpinismo (Fitz Roy e Cerro Torre) e per i ghiacciai Perito Moreno, Uppsala e Spegazzini, giganti del Lago Argentino. Un giorno questa strada non sarà più la stessa, ma è inutile pensarci adesso.

Tra Los Antiguos e Lago Posadas la terra è rossa. La strada sterrata si srotola su dune di ogni colore dalle quali partono mulinelli di polvere. Il cielo si abbassa e le nuvole sanno di zucchero filato. C’è un nulla tortuoso, ma non sono chilometri inutili. Del resto ci si mette poco a capire che sulla Ruta 40 tutto va conquistato metro dopo metro e minuto dopo minuto.

Lago Posadas è un’altra di queste conquiste. A Lago Posadas non si è di passaggio, è troppo defilata. Ma è una deviazione che vale la pena. Tutto intorno sbucano lepri, acqua e silenzio. Silenzioso è il paese, che comincia a farsi turistico. Ho dormito alla locanda di una settantenne di origine italiana, di Cosenza. Ha fatto minestrone e arrosto, altro che dulce de leche.

Da Lago Posadas ho viaggiato con una coppia di tedeschi, lei Franke e lui Thomas, al quindicesimo viaggio in Argentina. Mi hanno portato a Estancia La Angostura, una fattoria immersa nel nulla dove loro ormai sono di casa. Ho mangiato una milanese di pecora, lepre in umido e prosciutto di guanaco. Confesso che ho temuto.

Le estancias sono luoghi che non saprei definire con certezza. Le notti sono stellate, le pecore un presepe, le vacche ti scrutano, i cavalli non ti considerano. Dentro le mura c’è sempre la foto di un avo vestito da gaucho. E sulle pareti foto e cinture tramandate ai figli. Tra le estancias ci sono chilometri di vuoto giallastro dove s’incontrano solo guanachi. Guanachi come se piovesse. Al massimo un paio di armadilli e qualche nandù. Gente, rara. Intorno però l’orizzonte è a misura d’uomo, disegnato dagli uccelli o dalle custodie dei fiumi.

In quattro giorni ho collezionato più di mille chilometri. Al quinto ero sulla strada per El Chaltén, capitale mondiale del trekking. Lungo questo tratto, come su tutta la Ruta 40, ho visto piloni votivi e mini-santuari. Una religione da viaggio, fatta di ceri ufficiali ma anche di santi nati dalle leggende popolari, come il Gauchito Gil al quale non si manca mai di fare un saluto perché porta bene a chi va per strada.

Giungere a El Chaltén è come salutare la Ruta 40, nonostante prosegua verso El Calafate e poi l’Atlantico dove va a morire dopo oltre cinquemila chilometri. Diventa più frequentata e asfaltata.

Al quinto giorno, dunque, era già tempo di bilanci. Divorare così i chilometri di questa carretera austral è stato un affare complesso ma esaltante. Un concentrato di storie e cartelli stradali, polvere e forti strette di mano, bivi come Tres Lagos e Bajo Caracoles dimenticati dai santi e aggrappati a una pompa di benzina.

Ho salutato i compagni di viaggio. Mi aspettavano i ghiacciai, la Tierra del Fuego e Ushuaia. Mondi diversi, colori nuovi e molta più gente tra i piedi. Sentivo che stavo lasciando indietro qualcosa, qualcosa che non avevo avuto il tempo di vedere. La Ruta 40 è un lampo abbagliante.

 

Scritto per Corriere della Sera, agosto 2010