Quella volta che (non) ho conosciuto Jonah Lomu


 

Il mito del rinoceronte umano è in piena quando, nel giugno del 1997, decido che il mondo devo vederlo dalle estremità. La Nuova Zelanda è il posto più lontano dall’Italia, sono 27 ore di volo, miglia che spalmi come nutella al pensiero di una terra che si annuncia magica nella sua mescola di foreste, palle ovali, barche a vela, spiriti degli antenati, geyser, nuvole, felci, maori, vulcani, onde, ghiacciai, pecore e isolamento.

Trascorri quelle ore sbirciando sotto, guardandoti dentro, sincronizzandoti con qualcosa che non riesci ad immaginare, eppure ti ci allinei, stando in geometria con te stesso e la tua avventura, forse perché da sopra le nuvole si delimitano meglio sogni e perimetri.

Scendo dall’aereo e lui è lì. Una pubblicità di Jonah Lomu, già leggenda del rugby. Ma invece del prodotto che pubblicizza, mi fa entrare in testa un’idea. Vedere. Giocare. Gli All Blacks.

Sbarco a Christchurch, Isola del Sud, magiche le sue baie fonde e silenziose, le vette gelide assediate da selve che per contrasto paiono calde, amazzoniche. È il 2 giugno, è fine autunno, è il compleanno della regina d’Inghilterra, ed è tutto chiuso per questo inchino coloniale. Dormo dove posso, rimedio un giornale: la partita da vedere ci sarebbe. All Blacks-Fiji. È un’amichevole, così amichevole che i biglietti sono quasi esauriti. Mi metto l’anima in pace: si gioca ad Albany, Isola del Nord, tra 12 giorni. Non ce la farò mai. Dai che ci provo. Va bene provaci, tanto non ce la fai.

Il giornale dice che Jonah Lomu continua le cure. Lo fa da gennaio, ha una rara nefrite. Cioè, dico, i reni. Uno che pesa 120 chili, è alto 1,96 e corre i 100 metri in 10’’8. I reni. Uno che ha già cambiato la storia del rugby: prima le ali erano scoiattoli che scappavano verso la meta, adesso c’è lui che punta gli avversari, dritto per dritto. Li asfalta. Veloce e potente, un ciclone. Contro di lui, rimbalzano tutti. Nel ’95, semifinale mondiale in Sudafrica, usa mezza Inghilterra come zerbino prima di andare in meta. Cambia le regole d’ingaggio, Jonah Lomu. Ne escono profezie, aneddoti, battute di esperti, come questa: «Ricordate che il rugby è un gioco di squadra. Perciò, tutti e 14, passate la palla a Jonah Lomu».

Affitto un’auto, giro l’Isola del Sud. Respiro foreste e laghi, dormo da improbabili benzinai e snowboarder imberrettati, vedo gente che gioca a rugby su prati infiniti, senza perimetri. Qualche volta viaggio di notte. Schiaccio tanti poveri opossum: attraversano come matti le strade nei boschi, impossibile evitarli. L’asfalto è pieno di piccole carcasse di pelo, colazione per avvoltoi.

L’Isola del Sud mi consegna all’Isola del Nord: tenetevelo, fa solo stragi. Un traghetto rosso, un cielo antracite. Il giornale a bordo dice della partita senza Lomu. Cioè dico, i reni. Quella volta, nel ’95, gli All Blacks perdono la finale mondiale contro il Sudafrica di Nelson Mandela, vedi film Invictus: è la dimostrazione che non tutte le leggende riescono col buco.

Povero Jonah, non ha mai vinto una Coppa del Mondo. Ma ti rendi conto. Gli All Blacks ne hanno vinte tre e lui, l’uomo che ha cambiato il rugby, ha fatto sempre da spettatore. Come se Maradona a Bolt non avessero un trofeo in casa.

Nel ’99 gli All Blacks perdono in semifinale con la Francia, nonostante due mete di Lomu, che intanto è tornato. Ma non è guarito, è solo che deve tener testa alla leggenda. I reni lo stanno tradendo per davvero. Ha uno sguardo indifeso, isolato, bimbesco. Ha una felicità in affitto dentro un corpo fallato. L’hanno chiamato in tutti i modi: Incubo Nero, Gigante. A me piaceva Lomu Nero: metteva paura più ai grandi che ai piccoli. I bambini lo adoravano.

Insomma entro nell’Isola del Nord. A Wellington vado dritto alla sede della Federazione di rugby della Nuova Zelanda. Pare Inghilterra: tutto in ordine, di quell’ordine austero e funzionale, marmi puliti, vetri specchiati.

“Giornalista?”

“Sì”

“Sportivo?”

“Sì”

“Giornale?”

Dico un nome, che finisce in sport.

“Cioè, mi faccia capire: lei è venuto dall’Italia per vedere All Blacks-Fiji?”

“Sì. Poi anche per stirare opossum”

Mi guarda. Sembra un vecchio lord. Mi aspetto un preciso: vaffanculo, dai, a chi gliela conti, qui vengono solo grandi firme. E invece: “Wow. Sei il benvenuto. Il giorno di partita vai all’ufficio stampa e portagli questa lettera”.

La metto in tasca. L’unico perimetro che conta ora è quello della tasca. Nei corridoi ritrovo Jonah Lomu, sempre formato gigante: stavolta ha in mano un pallone da rugby.

Mancano tre giorni a sabato 14 giugno. In quei tre giorni non faccio altro che ripassare. Compro giornali, parlo con chiunque indossi una tuta o una maglia degli All Blacks. In tv parlano di un vulcano che si sta riattivando. Degli All Blacks dicono cose superflue, insomma si vede che non si sta per giocare la partita del secolo, anche se per me lo è improvvisamente diventata.

Arriva il giorno di partita. Consegno la lettera. Sgranano gli occhi: «Dall’Italia? Veramente? Dai vieni». Mi scortano in tribuna, temo sempre il peggio, tipo il carcere, temo pure una candid camera. Invece è tutto vero. Sono sulla stessa fila di seggiolini in cui siedono i giocatori infortunati, o tenuti in tribuna dal coach John Hart, seduto nel primo.

Di fianco a me ci sono giocatori che non conosco e altri che riconosco, due per la precisione. Uno è Zinzan Brooke, un tipo che ti incenerisce con lo sguardo. È una belva, ma oggi ha la bua e sta a riposo. Fissa il campo con fastidio, insaccandosi nel suo giubbotto di pelle, presumo umana, fatta di avversario. L’altro è Carlos Spencer, ha un piede rinascimentale: 383 punti a fine carriera, 44 presenze in nazionale.

Vicino a me ci sono due seggiolini vuoti, e oggi voglio pensare che fossero per Jonah Lomu. Ci sono andato vicino alla leggenda, proprio nel momento in cui non sono stato mai così lontano da casa. Sarebbe stato pazzesco: guardare giocare gli All Blacks dal vivo, con a fianco Jonah Lomu. No dai, sarebbe stato troppo.

Comunque ora che sono a casa, lontanissimo dal mito, penso questo: che Jonah Lomu era lì, lo sentivi, lo percepivi, perché non c’era verso di levare la sua ombra dagli All Blacks, orfani del quoziente record: 37 mete in 63 partite, di cui 15 ai Mondiali, primato ancora in piedi.

La partita è un monologo: 71-5. Ricordo il silenzio ancestrale al momento della haka: 50mila spettatori in piedi, solidi, le vene che tremano. Ricordo la danza dei figiani con gonnellino di paglia e lance, che al confronto della haka pareva un varietà anni 60. Ricordo di essere sceso a bordocampo a stringere la mano a Andrew Mehrtens, 72 volte nazionale, 994 punti, mentre faceva autografi. Gli All Blacks sono un patrimonio della gente in Nuova Zelanda e sfornano campioni come croissant.

Poi ricordo mare, prati e ancora tanta gente che giocava a rugby. Ricordo che qualche giorno dopo sono finito a Cape Reinga, la punta estrema dell’Isola del Nord. C’è un faro bianco. È il luogo dove gli spiriti defunti dei maori intraprendono il viaggio di ritorno per Hawaiki, il posto impossibile da dove tutti i maori provengono e dove tornano dopo l’ultimo respiro.

Jonah Lomu non era un maori, era di origine tongana. Era cresciuto in un sobborgo disperato della capitale, Auckland. Diceva che non era lui a cercare i guai, ma i guai a cercare lui. Salvato dal rugby, tradito dai reni, stroncato da un infarto: così muore una leggenda a soli 40 anni, nonostante un trapianto nel 2004 e le preghiere dei tifosi.

In tutti questi anni, ad ogni aggiornamento sulla sua salute, li sentivo gli spiriti di Cape Reinga, parlare di lui.

Siamo preoccupati per Jonah.

Siamo preoccupati per Jonah.

Siamo preoccupati per Jonah.

 

Siona Tali “Jonah” Lomu (Auckland, 12 maggio 1975 - Auckland 18 novembre 2015)


19 novembre 2015