Valpellice, il Chievo dell'hockey


Ecco la squadra che mette d'accordo cattolici e protestanti

Il passaggio a nordovest dell’hockey italiano, tutto ammassato nel Triveneto, è una squadra che si fa chiamare Valpe. Lontano più o meno 500 chilometri dalle fiere dell’est, l’Hockey Club Val Pellice si è attrezzato in 76 anni di storia a sostenere un campionato di pendolarismo estremo. Autobus e balaustre, levatacce e lividi. Oltre 40 partite in cinque mesi, il 90 per cento nel canton veneto.

C’era un tempo in cui la Valpe era la squadra-tenerezza: arrivava, prendeva una colica di reti e se ne andava applaudita. Oggi quasi la odiano. Nel 2013 ha vinto la sua prima Coppa Italia. Non è più un giocattolo e soprattutto è scomoda, tanto è lontana dagli emirati dell’hockey.

E’ in questa nuova era, nella quale fa il Chievo del ghiaccio, che la Valpe può lasciarsi alle spalle una vita da comparsa. Non importa se è una mina vagante che viene da occidente e, soprattutto, dal passato: fondata dagli avvocati Giorgio e Giuseppe Cotta Morandini nel 1934, agli inizi giocava su un laghetto ghiacciato. Due alluvioni le hanno portato via il palaghiaccio, le glaciazioni nelle ere di crescita non le sono mai mancate.

Plasmata da crisi e resurrezioni, la Valpe è l’icona sportiva di Torre Pellice, capoluogo di una contea valdese a 40 chilometri da Torino. Dei 28mila valdesi d’Italia, la metà vive da queste parti. Una radice protestante che non ha mai amato quella cattolica.

Ma la Valpe con i suoi pattini ha piallato le incomprensioni. Al punto da accomunare tutti in una terza fede, quella dell’hockey. Ha avvicinato ex partigiani ed ex fascisti, benestanti e operai, cattolici e valdesi. Oggi, tifosi delle due religioni siedono fianco a fianco sugli spalti.

Quando non può andare allo stadio, il pastore valdese segue il match alla radio. Radio Beckwith Evangelica prende il nome da un colonnello dell’esercito inglese che perse una gamba a Waterloo e, scoperta la realtà valdese, la alfabetizzò di brutto facendo costruire 120 scuole.

Il direttore della radio, Pier Valdo Rostan, segue l’hockey da 38 anni e fa le radiocronache. Nel quotidiano veste da agricoltore e spiega che in valle, una valle di sinistra da 20mila abitanti, l’economia è al traino dell’agricoltura: «Zootecnia e alpeggi radunano un 9 per cento di addetti, in controtendenza con il resto d’Italia. Un dato che fa riflettere».

In val Pellice però non manca l’industria. La Caffarel, cioccolato-cult, dà lavoro a 400 persone. L’estrazione della pietra di Luserna, molto richiesta per i tetti e gli interni delle case, si è ravvivata con l’arrivo di migliaia di abili scalpellini. Tutti cinesi. Dopo quella di Prato, questa è la seconda comunità cinese d’Italia, sistemata tra le province di Torino e Cuneo.

Così com’è, il profondo ovest pare un manifesto dell’equilibrio. Dalla religione all’integrazione, dall’economia alla cultura. Solo lo sport pende verso l’hockey, nonostante le alluvioni del maggio ’77 e dell’ottobre 2000 abbiano disperso due generazioni di promesse.

Nel 1977 l’inondazione si è trascinata via persino un giocatore: Mario Manfroi, studente di geologia, uno dei tanti bellunesi che hanno vestito la casacca della Valpe. Il numero 10 da quel giorno non è più stato assegnato.

Le olimpiadi del 2006 hanno portato un nuovo palaghiaccio, il tempio definitivo, 2500 posti. L’impianto, che durante i Giochi ha ospitato il curling, è la struttura che nelle valli ha dato di più all’eredità olimpica piemontese. Qui l’hockey sta fiorendo. Tre giocatori della prima squadra sono del vivaio, l’obiettivo è arrivare a sette.

In fondo qui si gioca nel nome del padre. I giovani praticano l’hockey per appartenenza, mentre sulle poltroncine verdi dello stadio c’è un pubblico composto per il 60 per cento da donne, vecchi e bambini. Abbonati: 700. Ultras: una trentina. Un paio in daspo. Quello della Valpe è il tifo più numeroso. Lo scudetto della media-spettatori è suo da tempo, con 1906 presenze-gara. Secondo il Val Pusteria con 1700, il resto è lontanissimo.

La Valpe appartiene a un’associazione sportiva dilettantistica, 100 soci che versano 55 euro l’anno. Una quota simbolica in un budget da un milione di euro l’anno coperto in buona parte dagli sponsor, poi dai privati e in ultimo da Regione, Provincia e Comunità montana.

I dirigenti - che qui fare il dirigente è un secondo lavoro - sono incalliti dilettanti che gestiscono una squadra di professionisti.

La squadra riposa poco. Il presidente Marco Cogno, assicuratore, vuole dotare il team di autobus con cuccette. Il numero uno punta a mantenere la Valpe tra le prime quattro per sfruttare il fattore campo nei play-offs. Quando gli accostano la squadra al Chievo del calcio, dice: «Perché, è forse illegale esserlo? Comunque noi siamo la Valpe, un progetto che non ha modelli. Siamo unici».

Unici anche per quell’hockey ecumenico che unisce e non divide, per quell’hockey che non aspetta più, che vive per una bandiera e basta. Così lo spiega il giornalista Alberto Corsani, esperto di Valpe: «Da noi si legge la Bibbia. E la Bibbia insegna a non idolatrare l’uomo. Forse è per questo che i tifosi dell’hockey di queste zone stravedono più per la squadra che per il singolo». Quasi l’opposto del calcio, altro che Chievo.

 

Scritto per il Manifesto - dicembre 2012