Boca-River, tifo è potere


Dal Superclasico di Buenos Aires ai segreti degli ultras della Doce, il dodicesimo uomo della ‘Bombonera’

La Doce, ovvero il cuore del tifo del Boca Juniors alla Bombonera - FOTO UGO SPLENDORE
La Doce, ovvero il cuore del tifo del Boca Juniors alla Bombonera - FOTO UGO SPLENDORE

 

Nell’Argentina dei cassetti pieni di sogni e degli armadi pieni di scheletri, nella Buenos Aires sempre più presa dal restauro del suo fascino un po’ parigino e un po’ americano, arriva un giorno in cui tutto si ferma per una funzione religiosa. Il giorno di Boca-River, il derby tra le squadre di calcio più titolate del paese, antagoniste che incarnano quanto di più bello e di assurdo si possa immaginare del fùtbol.

Uno dei Boca-River più sentiti si gioca domenica 15 maggio 2011 alla Bombonera, uno stadio vestito di leggenda non solo perché ha visto epiche vittorie degli «xeneises« (ovvero «i genovesi», perché il club fu fondato nel 1905 da emigranti italiani che parlavano solo il dialetto genovese) ma anche perché è la miracolosa piazza dove si compie la moltiplicazione del mito della tifoseria del Boca, guidata dalla curva degli ultras più ortodossi. Un vulcano chiamato La Doce. Ovvero il numero 12, il dodicesimo uomo in campo.

L’uomo in più, negli anni 20, era davvero un tifoso in carne e ossa: si chiamava Victoriano Caffarena, detto El Toto. Assisteva a tutto: partite e allenamenti. Lo imbarcarono insieme alla squadra quando il Boca fece il suo primo tour di partite in Europa. Era «El jugador numero 12». E tutto è cominciato lì, nell’oceano del calcio, per andare oltre gli oblò, le anagrafi, le botte, il gesso, gli aerei, le tribune, gli autogol, la fame e i giornali.

Il quotidiano inglese The Guardian ha messo la voce “Boca Juniors-River Plate alla Bombonera” nella classifica delle dieci cose da vedere prima di morire. Le altre nove, a Buenos Aires nessuno sa quali siano. Boca-River, detto il Superclasico, è il Louvre del calcio e te lo consigliano pure quelli che non amano l’arte del pallone. Il taxista di turno, con un fare alla Borges, ti incide con le sue magnetiche parole: «Prima di infilarti il cappotto di legno, vai alla Bombonera a vedere il Superclasico».

Tanto Buenos Aires sa sempre come accoglierti. Può riservarti una fuga dalla banalità, fumi di tango dai camini delle vecchie case, dulce de leche su pane caldo, un autunno mite e molti preliminari alla madre di tutte le partite in grado di farti capire di cosa sia fatta questa religione di stato chiamata fùtbol.

I giornali non parlano d’altro. Nei bar non parlano d’altro. Giocano a scacchi e parlano di quello. Bevono e discutono di Boca, pagano e ragionano sul River. E mancano sette, cinque, tre giorni.

La sera prima del match, sulle tribune dello stadio di Avellaneda dove il Racing, la terza grande d’Argentina detta La Academia, rosola a fuoco lento i Newell’s Old Boys di Rosario, in tribuna si esorcizza il Superclasico facendo pronostici e augurando il peggio a Boca e River, il massimo della libidine sarebbe che perdessero entrambe in qualche modo. Dal parcheggio sale il profumo di asado, cotto a puntino sulla griglia per i soci che non vogliono lasciare il tempio senza l’ultimo rito.

Il tifoso argentino vede nella squadra la sua confessione, nei cori la sua liturgia, nelle sconfitte la Via crucis e nelle rimonte la resurrezione più golosa. Ebbene. Il tifoso del Boca è capace di andare oltre. Concepisce la Bombonera, installata in un quartiere un po’ mediterraneo e molto decadente, come una specie di Taj Mahal del pallone. Ci va, ma in pellegrinaggio d’amore.

La sensazione è proprio quella di frequentare un luogo di culto. Nel negozio dello stadio dove vendono i gadget del Boca, c’è chi bacia la maglia, reliquia superiore, e poi magari la compra. Se non la compra, è perché c’è crisi. I biglietti del Superclasico sono maggiorati e comprarli al mercato nero costa sui 150 euro, troppo per le tasche di un argentino medio. Poi, naturalmente, sono  falsi.

 

IL GIORNO DEI TITANI

Boca e River zoppicano e il campionato se lo giocano squadre che corrono. Ora è il Velez Sarsfield la squadra da battere. Ma un Superclasico non si svaluta mai: partita caliente, a prescindere. Il tifoso, rifiutando l’idea della decadenza, si aggrappa ai suoi talismani in campo.

Il calcio argentino funziona più o meno in questo modo: appena sboccia un giovane di talento, viene venduto per fare cassa. E’ la maggior voce delle entrate dei club. Appena un giocatore argentino che ha fatto carriera un Europa non lo vuole più nessuno, rientra a casa. Per esempio, nel cimitero degli elefanti è tornato nel 2011 Mauro German Camoranesi, ex Juve.

In questo Superclasico ci sono in campo miti del Boca come Martin Palermo e Juan Roman Riquelme; nel River Plate ecco l’ex portiere della Lazio Juan Pablo Carrizo e l’ex Parma/Lazio Matias Almeyda.

Che cosa succede. Che Carrizo si fa un autogol goffo e sanguinoso con quel guantone bianco che sembra Topolino. Poi Martin Palermo, idolo della Doce, chiude i conti facendo venire giù lo stadio, che per la sua struttura vive di un tifo verticale. Le balconate, dette paravalanghe (mai termine fu più azzeccato), sembra che debbano cedere da un momento all’altro. Brivido su brivido.

Il gol di Palermo è lo zenit della mirabile carriera del Loco, il Pazzo: con il Boca ha vinto di tutto e ha segnato 225 gol, di cui 18 al River Plate. Per questo lo santificano e lo porterebbero in processione, lo amano e lo vorrebbero sposare.

Il Titano a giugno smette col calcio. Sta andando dallo psicologo. Non c’era mai andato, neanche dopo aver sbagliato tre rigori con la maglia della nazionale in una partita con la Colombia nel ‘97.

A proposito di maglie, Matias Almeyda verso fine partita viene espulso e, sfilando sotto la Doce, bacia la maglia del River in segno di sfida alla fronda gialloblù, che gli tira di tutto. Almeyda esce sotto gli scudi della polizia. Diciamo che ci vuole qualcosa di intimamente illogico e guerriero per affrontare la Doce. Soprattutto da soli. I tifosi del River ora venerano Almeyda come un santo.

 

RAPSODIA XENEISE

A parte i gol, la partita è mediocre. E così chi è andato allo stadio a vedere all’opera la Doce può gustarsi lo show senza tante distrazioni. Una curva dalla bellezza brutale. Presidia il settore due ore prima della partita e inizia a cantare, impallinando di cori la calma tesa del prepartita. Sono canti sostenuti da un’orchestra di trombe e tromboni e ritmati da tamburi grandi come ruote di trattore.

Il fracasso della Doce si sente negli spogliatoi sotto lo stadio, dove i giocatori del River si sono rifugiati perché il loro bus è stato preso a pietrate, mentre quelli del Boca ricevono l’incitamento degli addetti del club e gli abbracci dei ministri del tifo boquense. Un’abitudine non da poco che attesta quanto sia forte il legame tra tifoseria e giocatori.

La Doce è il riferimento di tutto il tifo della Bombonera. Pulsa come un cuore e non smette di urlare. Il nucleo centrale, nocciolo duro e violento, è di 500 unità. Tutto intorno, altri 5-6mila tifosi scatenati. Palloncini gialli, copie di coppe intercontinentali che camminano sulle teste dei tifosi, striscioni di quartiere, ombrelloni da mare, liane bicolori che scendono da un anello all’altro. E torrenti di coriandoli. Ogni foto alla Doce, ogni video, ogni sciame di carta che arriva dall’alto come miliardi di cavallette, è un ricordo indelebile. Uno spettatore, al suo primo Superclasico, aggiorna la sua storia personale.

I cori della Doce infieriscono sulla delusione del settore ospite, dove i tifosi del River, irriducibili ma sovrastati dalla passione pneumatica degli xeneises, pensano già al Superclasico che si giocherà in primavera nel loro stadio, il Monumental. Che è più capiente ma meno torrido.

Le chele del sole al tramonto pinzano gli sguardi bui del tifo biancorosso, la nobiltà scalfita. La squadra che tra il 1941 e il 1945 venne chiamata «La Maquina» tanto era perfetta; la squadra dalla maglia bianca dalla banda rossa trasversale che è stata indossata da Omar Sivori, Enzo Francescoli, Hernan Crespo e Daniel Passarella, oggi presidente nei guai fino al collo, piena di giovani mandati a una guerra più grande di loro, è a rischio retrocessione. E gli ultimi slogan della Bombonera sono più che sinceri: «Dai che è la volta buona che ve ne andate in serie B».

Sarebbe incredibile e inenarrabile, per tutti.

 

IL  LATO OSCURO DELL’ANIMA

Ricapitolando. La Doce è uno spettacolo nello spettacolo. Lo stadio trema e balla. Il calcio fa sentire l’odore delle sue radici che succhiano l’anima di una fede. Riconoscente, il mito del Boca ti accompagna all’uscita e ti porta nei bar dove i tifosi brindano al Titano, alla squadra e alle piume delle galline, così vengono chiamati quelli del River perché secondo gli xeneises non hanno gli attributi.

Ma è proprio in un bar di San Telmo, dove prendeva il caffè lo scrittore Osvaldo Soriano, che fu anche collaboratore del Manifesto, che ti svegli dal sogno e ti riprendi dall’incanto. Caro amico, hai visto il bello. Ma ora leggi il brutto. E così avrai capito tutto. Leggi «La Doce - La vera storia della barra brava del Boca» del giornalista Gustavo Grabia, uscito nel 2009.

Il suggerimento viene dal cronista della Bbc Joel Richards, inglese trapiantato per amore in Argentina. Un libro coraggioso. Lo apri ed entri nell’incredibile retrobottega della tifoseria violenta del Boca.

Piccola parentesi: le barras, ovvero le falangi più toste, per usare un eufemismo, del tifo argentino, sono così calde e pregne di fanatismo che al confronto le curve di Genova e Firenze, Milano e Napoli, sono dei salotti dove piccoli lord prendono il tè e divagano sul divenire delle Tartarughe Ninja.

Il calcio di Buenos Aires vive di derby tra squadre dello stesso quartiere, pastosi agglomerati che compongono il mosaico della capitale: Lanus contro Banfield, San Lorenzo contro Huracàn, Racing e Independiente che non si possono vedere eppure si vedono, perché i loro stadi distano meno di un chilometro. Si odiano.

Rubarsi le bandiere è il vizio di guerra delle barras bravas. Può essere un oltraggio indelebile o un’impresa che fa curriculum. Questa caccia al vessillo arma le bande prima di pugni, poi di coltelli, infine di pistole.

La violenza è la sommità di tutto questo e non c'è inversione di marcia: almeno una volta l'anno il futbol argentino piange perché qualcuno, permettete la citazione, si è infilato il cappotto di legno. A volte senza nemmeno andarsela a cercare. Basta un proiettile vagante.

Gustavo Grabia non ha tralasciato dettagli, che fanno la differenza in un’inchiesta così importante. Scrostato l’intonaco del folclore, la storia della Doce svela il lato oscuro del fùtbol, in cui tifo è: potere. Un potere che arriva fin dentro gli spogliatoi e l’ufficio del presidente.

Parallela alla gloriosa storia del Boca, scritta da grandi allenatori come Carlos Bianchi e Alfio Basile, e da giocatori ultraterreni come Diego Armando Maradona e Gabriel Omar Batistuta, transita quella della tifoseria, scandita dalle ere di dominio dei capi della Doce. I cui nomi a noi non dicono nulla ma che al tifoso del Boca dicono tutto. I loro volti sono da album delle figurine.

In principio fu El Toto Caffarena, una vita da mascotte. Tra gli anni 40 e 50 regnò la Barra de Cocusa, dal nome del suo enigmatico leader. Che venne rimpiazzato da Enrique Ocampo, detto Quique El Carnicero, il Macellaio. Un nome che era tutto un programma, un’impresa autonoma di violenza. Ma proprio sotto il suo «mandato» il tifo del Boca registra la pagina più brutta della sua storia.

E’ il 23 giugno 1968, si gioca River-Boca al Monumental. Scatta qualcosa verso la fine della partita, una trappola. Uno dei cancelli da cui i tifosi del Boca defluiscono sotto le tribune è chiuso, qualcuno dirà che fu opera della polizia per ingabbiare e schedare i capi del tifo boquense. Da sopra però cominciano a piovere pietre e drappi incendiati. La calca diventa morte: 71 tifosi schiacciati, 64 feriti. Il muro del pianto del Boca Juniors.

Dopo El Carnicero tocca a Josè Barritta detto l’Abuelo, il Nonno. Un regno iniziato nel 1980 con l’ultimo regolamento di conti ad arma bianca. Poi comandano le pistole. E le pallottole allungano l’elenco delle vittime, pro e contro.

Infine, dal 1996 al 2006 regnano i fratelli Di Zeo. Rafael è il protagonista assoluto del decennio. Si scontra con tutti, diventa amico di tutti quelli che contano. Lo incastrano non per atti di violenza, propri o da mandante, ma per documenti falsi.

Tra i successori, l’ultimo nome di grido è quello di Mauro Martin, capace di liberarsi della marcatura degli altri pretendenti al trono come il più smaliziato degli attaccanti.

Tutti questi volti scorrono nel libro di Grabia. Leader che cadono per deliri d’onnipotenza o per il vento politico. Oppure per periodi di flessione della squadra nei quali sfiorisce l’immagine vincente del tifoso del Boca, abituato a ballare sui cadaveri dei nemici. I fedelissimi, quando fiutano la caduta del capo, ci mettono un secondo a cercare successori. O addirittura a candidarsi.

Incredibile la rete di traffici della Doce. Riciclaggio di denaro, spaccio di droga, controllo dei parcheggi a pagamento intorno allo stadio e del merchandising non ufficiale. Persino tour operator che vendevano partite del Boca ai turisti, nel cuore della Doce, per 100 dollari (150 il Superclasico).

Tutto denaro che serve a sostenere le spese del nucleo lavico della tifoseria, pronto a qualunque trasferta, come andare in Giappone a tifare Boca al Mondiale per club o prendere un posto in prima fila a sostenere la Selección ai Mondiali.

La falsificazione di passaporti e documenti agevola i movimenti della guerriglia. Molte trasferte sono da «road movie», piene di botte e pistolettate ai caselli autostradali, agli autogrill, a due isolati dagli stadi. Bande che paiono eserciti prussiani armati e strutturati in assetto di guerra.

Possibile che la polizia non abbia mai fermato tutto questo? Ci ha provato. Ma i tentacoli della Doce si infilano tranquillamente negli uffici della giustizia. Un regime d’impunità mai visto altrove.

Molte cause sono finite sui tavoli di giudici-tifosi del Boca. E per i capi della Doce c’è quasi sempre stata una convivenza tranquilla con denunce e processi che per chiunque sarebbero affilatissime spade di Damocle. E’ una sequenza infinita, nonché comica in alcuni casi, di ritrattazioni di accuse.

Insolite sentenze, divieti di ingresso allo stadio aggirati con travestimenti, sempre ben documentati da giornali e tv. I leader più potenti hanno fatto cambiare sede alle partite quando gli venivano vietati gli  stadi di provincia, portandole nella capitale.

Gli ultrà cercano di evitare le carceri perché non sono ben visti nelle gabbie dei derelitti. Di quelli che sono stati condannati, molti hanno avuto il privilegio di scegliersi la prigione. Tanti fatti, alla gente comune, sono parsi sorprendenti. Ma nel mondo delle barras bravas non esiste la parola casualità.

Il perché è collocato in un'altra maglia della rete: le relazioni con i politici. In campagna elettorale, gli ultras lavorano per il miglior offerente nelle manifestazioni di piazza. Uno degli ultimi accordi con la Casa Rosada, nel 2009, coinvolge l’ex presidente Nestor Kirchner: lo stato voleva appropriarsi del diritti tv delle partite, in mano al potente gruppo editoriale Clarin. Striscioni in curva e volantinaggio della barra: liberate il calcio dall’oppressione di chi lo trasmette a pagamento. Kirchner ha vinto e il calcio ora può vederlo in chiaro anche un povero diavolo sulle Ande. Le partite vengono spalmate nel week-end, a tutte le ore.

Tifo e politica sono abbottonati. Nel 2005 il lìder maximo Rafael Di Zeo si sposa con la figlia del governatore della capitale. Al matrimonio assistono politici, ufficiali e pure Maradona. Il quale è riuscito a finanziare uno striscione entrato nella storia: «Possono imitarci, ma mai eguagliarci».

E certo! Come si fa ad eguagliare tutto questo?

 

NON SI TORNA INDIETRO

La Doce è padrona di tutto, compresa la Bombonera. I suoi ultras giocavano a pallone il giovedì e il sabato sui campi d’allenamento del Boca, vietati a tutti. Il sostegno con cori ai giocatori è condizionato dalla disponibilità dei giocatori stessi a partecipare a cene con i club che servono per raccogliere soldi per la Doce. Non dipende dalla simpatia e dal talento, né dai gol. Chi non si è piegato a questo schema di gioco, è stato costretto ad andarsene.

In un contesto così, è chiaro che fa un grande effetto nei tifosi della barra la visita in prigione dei giocatori al capo della Doce. E’ successo l’11 aprile 2007: sono andati a trovare Rafael Di Zeo, oltretutto in un giorno in cui le visite non si potevano effettuare. Ci ha rimesso solo il direttore del carcere, gli altri non li ha cercati nessuno.

Potere. Per il potere sono avvenuti regolamenti di conti anche a pochi metri dai campi d’allenamento del Boca. Tentativi di golpe per prendere il comando della Doce e le sue uova d’oro, persino sequestri di persona come avvertimenti mafiosi.

Diceva un capo: «La Doce è come Harvard, un’università dove si impara a essere ultrà». E Rafa Di Zeo, sempre lui, spiegava l’infinito: «Credete che con me in prigione tutto si metterà a posto? Pensate che se mi giustiziano in piazza la violenza si fermerà? No, non serve a niente. E lo sapete perché? Perché tutto questo è eredità. Semplicemente eredità. La violenza non la generiamo noi, solo succede. Sta lì, nel calcio».

Siamo al punto di non-ritorno. Perché l’odio sale dagli spogliatoi del passato. E non si aggiusta il presente se prima non si aggiusta il passato. Lo sa mezza Argentina, quella dei desaparecidos, che ancora non ha ottenuto giustizia per i suoi figli spariti nel nulla sotto la dittatura di trent’anni fa.

E lo sa l’altra metà, quella del tifo indispensabile. Il lato oscuro della Doce è il compendio dei corredi oscuri del tifo argentino. Esiste da un secolo e non si cancella perché è come se raccontasse meglio di tante altre cose, dai governi dannosi come quello di Carlos Menem alle crisi economiche, dai lutti alle contestazioni di piazza a suon di pentole, quanto sia fragile, contraddittoria e incorreggibile l’anima di questo paese straordinario ma dal destino burrascoso.

 

Scritto per il Manifesto - maggio 2011