Argentina, il calcio visto dal taxi


Tutte le strade portano allo stadio, luogo di culto e di morte

Tifosi sugli spalti del "Cilindro", lo stadio del Racing Avellaneda - FOTO UGO SPLENDORE
Tifosi sugli spalti del "Cilindro", lo stadio del Racing Avellaneda - FOTO UGO SPLENDORE

 

«Quando senti di un tifoso morto in Argentina, sappi che non sarà mai l'ultimo». Parola di Alberto Hornos, taxista di Buenos Aires magro e logorroico. Da gran tifoso del Racing di Avellaneda, la squadra che nei gloriosi anni '60 era chiamata «La Academia», si premura di dire che: 1) Il presidentissimo Juan Peròn era del Racing; 2) Carlos Gardel era del Racing; 3) Tutti gli intellettuali sono del Racing; 4) Oggi il Racing è un miracolo se si salva, perché l'ex presidente li ha lasciati senza soldi.

Lo stadio del Racing è molto lontano dal centro. Andandoci, si sfiora lo stadio dell'Huracan, che durante la settimana viene usato come centro di stoccaggio della frutta e verdura proveniente dalle campagne. La capitale è una conchiglia piena di stadi e di pericoli: dicono che andare da soli allo stadio del San Lorenzo de Almagro, detto «il posacenere» perché ha le curve concave, è una follia.

Lo stadio del Racing è bianco e azzurro. Ed è rotondo. L'anima del club parla italiano, perché viene da Napoli. Si chiama Giuseppe Luvrano, ha 75 anni e 55 li ha spesi per il Racing. Ha visto passare la storia: sette scudetti, di cui sei negli anni 60, una coppa Libertadores e una Intercontinentale. L'ultimo scudetto è del 2001: all'allenatore Carlos Merlo hanno eretto una statua all'ingresso della tribuna: «Qui è così. Tutto diventa icona. Un tifoso nasce di una squadra e se la tiene per sempre. Qualcuno muore tifoso. Non dovrebbe succedere, ma succede».

 

Striscia di morte

L'ultima vittima del calcio argentino è del 15 marzo: Emanuel Alvarez, 21 anni, tifoso del Velez Sarsfield, è stato ucciso da un colpo d'arma da fuoco di uno sconosciuto mentre andava in autobus allo stadio per assistere al match con il San Lorenzo. Il conto è arrivato a quasi 180 morti in 70 anni di violenze. I primi due ci scapparono in Lanús-Boca del 14 maggio 1939. Otto ne ha collezionati River Plate-San Lorenzo il 3 luglio 1944.

Ma il giorno più tragico è senza dubbio il 23 giugno 1968, data della «tragedia de la Puerta 12»: all'uscita dello stadio del River dopo il derby con il Boca (0-0 e quasi 50mila spettatori) si contano 70 morti e oltre cento feriti. La causa è il panico per delle carte incendiarie gettate da tifosi del Boca sulle gradinate sottostanti. I tifosi fuggono verso uscite chiuse e i primi vengono schiacciati da quelli che premono da dietro.

La morte è dunque la striscia continua di mezzeria del calcio argentino, un calcio con i conti in rosso che affoga nel fanatismo, un calcio pericoloso e pericolante.

Se la corruzione di stato è palese, quella del calcio è data per scontata. I presidenti sono ostaggi delle «barras bravas», falangi violente del tifo. La maggior parte di loro non sono imprenditori, bensì politici o ex funzionari, insomma gente che i soldi li manovra. Gli assegni li staccano sponsor e soci del club. L'andazzo è: rilevo una squadra, vendo i giocatori migliori e mi tengo quasi tutto il ricavato. Poi dico che la crisi del Paese mi svena e devo lasciare. E nelle casse della società rimangono i debiti.

Il derby più vero

Come Alberto, tanti taxisti si prendono l'autorità di insultare i presidenti e di raccontare il calcio argentino. Nove su dieci hanno il rosario appeso allo specchietto retrovisore, ed è un rosario intinto nei colori della squadra del cuore. Il Boca è la più amata. Ma quelli che la odiano non lo nascondono. Per i neutrali, Boca e River sono la mafia. Vincono perché possono corrompere arbitri, federazione, guardalinee e giornalisti. Sono così potenti da spartirsi i campionati e anche i derby tra loro. IlSuperclasico è business: quando si gioca tremano gli stadi e la gente si lega alla poltrona.

Ma il taxista Alberto dice che il derby più vero è Racing-Independiente. I loro stadi distano solo 200 metri, è incredibile. Botte da orbi garantite. L'Independiente è la squadra piú titolata d'Argentina ed era famosissima negli anni '60, quando ha anche fatto rissa con l'Inter. Il suo stadio era vecchio come le piramidi, così hanno venduto Aguero all'Atletico Madrid per 30 milioni di euro e con quei soldi stanno rifacendo il nido. Il problema è che quest'anno per giocare affittano il catino del Racing, un'onta che non ti dico.

 

Boca-River

Altro giro, altro taxista. Esteban Gonzales vive per il Boca. Il suo dodicesimo uomo, la Bombonera, arranca nello sfarfallio degli anni. E' colorato di giallo e blu, solo che il giallo ocra è arrugginito e il blu è saturo, pesante. Però lo stadio, anche da vuoto, ti appare nella sua feroce consistenza. Le tribune, come balconi di un palazzo popolare con le verande, sono a picco sul campo. Lo spettatore può vedere se un giocatore ha le occhiaie. Pur con i segni del tempo addosso, la Bombonera fa paura. Circa 50mila spettatori che ti volano addosso, uno alla volta, come in nessun altro stadio del mondo.

Il richiamo del Boca sta nella sua storia di artigli più che nei titoli, che sono comunque tanti: 19 scudetti, sei Libertadores, tre Intercontinentali. Sta soprattutto nella celebrazione dei suoi idoli, da Maradona a Batistuta, da Riquelme a Palermo. Mezza Argentina tifa Boca perchè è la squadra della propulsione popolare, perché ha vinto molto negli ultimi anni conquistando i giovani.

L'anti-Boca è da sempre il River. In media 80 persone al giorno visitano la sua cattedrale, tanti indossano la maglietta bianca con banda diagonale rossa appena comprata allo store, un santuario nel santuario. E' la religione che passa dentro un codice a barre.

Il colosso del River, lo stadio Monumental, è il contrario della Bombonera: lustro e senza affanni. Il River è nobiltà e storia: 32 scudetti, due Libertadores, una Intercontinentale. Il River si autocelebra senza posa perché è la squadra che ha vinto piú partite e ne ha perse di meno in tutta la storia del calcio argentino. Sivori. Di Stefano. Passarella. Crespo. Nomi che hanno pompato il cuore dei tifosi dei «millonarios», così si chiamano i giocatori del River perché il club ha sempre avuto un sacco di soldi.

 

La pelota arancione

Se il Boca ha una storia, il River ha un'enciclopedia. Vanta 70mila soci che bazzicano allo stadio. Mangiano, giocano a tennis, vanno in piscina. Tutto lì, concentrato in un castello biancorosso marchiato Adidas e Coca Cola. La tradizione si respira anche nei corridoi pieni di trofei e maglie.

C'è anche un pallone arancione. E' il pallone che i millonarios hanno spedito due volte nella porta della Bombonera in uno storico match del 1986. Le reti le ha segnate Norberto «Beto» Alonso, 140 gol in maglia River. La «pelota naranja», che da noi si adopera sui campi innevati, l'hanno usata perché i tifosi del Boca avevano lanciato talmente tanta carta in campo che non si vedeva piú l'erba. Quel giorno il River era figlio della leggenda e ha fatto uno slalom gigante tra i papiri, un brutto incubo per gli xeneises del Boca. Questo sono i tifosi argentini. O ne fanno una disperazione, o ne fanno una reliquia.

 

I santi di Rosario

E se a Buenos Aires va così, nella città di Rosario, la seconda del paese, va peggio. Perché le squadre sono solo due: Rosario Central e Newell's Old Boys. Uno dei derby piú pericolosi del pianeta. Ci scappano sempre dei feriti, a volte il morto.

Quello dei Newell's è uno stadio decadente ma ricco di fascino. Le mura sono dipinte in bianco calce, rosso vermiglio e nero lucido. I Newell's hanno vinto sei campionati e c'è una foto gigantesca all'ingresso del gol segnato da un tale in casa degli odiati cugini del Central, un gol che ha consegnato lo scudetto ai rossoneri negli anni '50. Vincere il titolo in casa del Central è ancora oggi l'impresa di cui tutti i tifosi del Newell's vanno fieri, anche quelli che non c'erano. Un dirigente, Javier Robledo, snocciola l'elenco dei giocatori partiti da qui: Messi, Valdano, Batistuta, Samuel, Sensini, Balbo, Heinze.

E come rilanciano i cugini? Uno stadio gialloblù, chiamato El Gigante. Dentro si vedono, enormi, le gigantografie di due giocatori che hanno segnato gol importantissimi ai Newell's. Uno è Aldo Pedro Poy, un golasso nel 1971: qui viene chiamato semplicemente San Pedro. Eccoci. Quando si dice che il calcio è religione e si accende un cero a uno che è ancora in vita.

Il Rosario Central ha 118 anni. E' stato fondato da inglesi e argentini, per loro le Falkland/Malvinas erano l'ultimo dei pensieri. Il Central ha vinto 4 campionati e ha sfornato giocatori meno famosi dei Newell's, ma ce n'è uno che ne vale mille: Mario Kempes, uno zazzerone di attaccante, campione del mondo nel 1978. Si dice che alla premiazione non abbia stretto la mano ai generali.

Lui e altri goleador sono dei santi terreni, meravigliose creature che hanno fatto lo sgambetto al Male in persona: i cuginastri. Difficile dire se al mondo c'è qualcosa di piú vicino al fanatismo. Il custode del campo racconta che un giorno, dopo un derby con i Newell's, sulle gradinate è rimasta una robusta signora, seduta a guardare fisso il campo. Un addetto è andato a sollecitarla e ha scoperto che era morta. Infarto a braccia conserte.

 

Guevara e Maradona

Mentre i tifosi dei Newell's vengono chiamati «lebbrosi», quelli del Central li chiamano «canaglie». Tra i tifosi eccellenti Ernesto Che Guevara e Roberto Fontanarrosa, scrittore e umorista morto l'anno scorso, al quale hanno dedicato un grande cartellone a ingresso stadio. Il padre di tutte le canaglie.

A Rosario il pallone è tutto e tutti parlano di calcio. La sanno molto lunga soprattutto gli edicolanti, sempre bene informati.

Hugo Gomez, che smadonna per il caldo già al mattino presto, dice che: 1) Il calcio argentino è tutto in mano a Boca e River. «Quando vincono quelle due, l'economia avanza. Io per esempio vendo il triplo dei giornali». 2) «Maradona non è vero che qui è un dio. E' un uomo pessimo che non ci rappresenta».

E anche questo ripudiare una divinità del calcio come il Pibe de oro rientra nei gorghi del fanatismo calcistico che alberga tanto in questa soffocante città quanto nelle profonde viscere del tifo argentino, continuamente listato a lutto.

 

Scritto per il Manifesto - aprile 2008