Sportivo Italiano, detto anche Tano


Nel 2015 compie 60 anni il club fondato da emigranti a Buenos Aires

 

Nel pieno di un inverno australe surriscaldato dal dopo-Mondiale 2010, con Maradona e la Federazione argentina intenti a dirsele di santa ragione, il calcio argentino rimette i parastinchi.

A Buenos Aires il freddo è ancora pungente. Se si prende l’autostrada per l’aeroporto internazionale di Ezeiza, dopo chilometri di campagna si incontra il quartier generale della nazionale. Tristi prati e cartelloni pubblicitari con Messi e compagni che ormai appartengono all’antichità, come la Nike di Samotracia. Pochi hanno voglia di parlare del Mondiale. Era tutto bello fino a che l’Argentina ha incontrato qualcuno che giocava meglio a pallone, la Germania. E batosta fu.

Dall’altra parte dell’autostrada, pochi chilometri oltre il disimpegno di Ezeiza dove Maradona ha plasmato la sua incompiuta, c’è il quartier generale dello Sportivo Italiano. E’ un club fondato da emigranti nel 1955 ed è vissuto nell’ombra dei campionati metropolitani fino al 2009, quando è stato promosso in serie B. Sulle sue maglie campeggia lo scudetto tricolore.

Il contrasto si avverte repentino. Fa impressione vedere così vicine due realtà lontane anni luce tra loro: la squadra dei sogni che poteva fare a meno di Zanetti e Cambiasso e la squadra oriunda senza un futuro scritto dagli astri. Qui tutti sognano e poi cadono.

Lo Sportivo Italiano, detto Tano o Azzurro, è subito retrocesso, maggio 2010, proprio mentre compiva 55 anni. Ha fatto giusto in tempo a capire che non era il campionato giusto che stava tornando da dov’era venuto. A metà aprile un gruppo di tifosi si è presentato con le pistole all’allenamento per chiedere alla squadra di chiudere con dignità. Pistole, e cosa sennò.

Il Tano ha ricominciato dal limbo, due partite nel gelo. Un pari e una sconfitta nella serie C argentina, un campionato-melassa. Il club non si è ancora ripreso dallo shock di aver visto svanire il sogno dal giorno alla notte, ma è l’Argentina che va così: tante cose qui accadono in fretta, sono terremoti senza preavviso e fulmini senza nubi annunciatrici.

Così il Tano e Maradona si sono ritrovati nella stessa posizione: scaduti, disarcionati e per nulla invidiati. Ognuno ha reagito a modo proprio. Maradona ha accusato il vecchio amico Bilardo, ma il boomerang gli è tornato indietro anche se aveva colpito il bersaglio: « Forse molti pensano che io sia un deficiente perché me ne sono stato zitto fino ad oggi, ingoiando tutto. Ma a questo punto anche io voglio dire come stanno le cose su Maradona. Forse è l'ora che racconti quello che è successo negli anni in cui giocava nel Siviglia, e poi del suo ritorno al Boca. Racconterò anche quello che faceva nell'86», ha detto Bilardo. Il quale è più potente di quanto si creda.

Ora si parla di un dietrofront del Pibe e del presidente federale Julio Grondona, il quale ha riaperto la porta a Diego: «Tutti possono tornare, a patto che vengano attuate le disposizioni dell'esecutivo. E' come in un matrimonio». Insopportabile, Grondona, insopprimibile come Blatter.

Il Tano invece ha risposto come ha potuto. Ha cercato di salvare il salvabile e ora riprova l’avventura dopo un discreto repulisti operato dal presidente Salvador D’Antonio. Certo, il 2009 è un ricordo omogeneizzato, vivo e ricorrente, del quale tutti gli uomini del club si nutrono.

Il suo stadio, bianco e azzurro, senza curve e con zanzare-squalo che a gennaio ti aggrediscono in pieno giorno con 40 gradi all’ombra, ne ha davvero viste di belle. La tv della capitale ha mostrato il miracolo italiano caricato sulle spalle di argentini, perché di nomi italiani, a parte un Abalsamo attaccante, non ce n’erano.

Ma il Tano che fa tanto l’argentino alla fine ha i suoi bei vincoli con l’Italia. Se dici al magazziniere o alla segretaria, o anche solo al giardiniere che sta rasando il prato, che sei italiano e sei andato lì apposta con l’infedele autobus numero 8, prima ti offrono da bere l’impossibile e poi ricordano che nel 1989 la loro squadra è uscita imbattuta dal torneo di Viareggio, eliminata ai rigori nella semifinale. In rosa c’era anche un rinforzo sconosciuto di nome Gabriel Omar Batistuta, che segnò pure tre gol.

Potessero, quelli del Tano chiederebbero d’estate a Diego Armando Maradona di allungare la sua ombra fino al loro piccolo mondo antico. Qualunque cosa faccia, il Pibe fa ombra. A Buenos Aires girano ancora le magliette con su scritto «Que la chupen», la storica frase rivolta ai giornalisti dopo la qualificazione ai mondiali ottenuta vincendo in Uruguay. Qualche giornalista, in Sudafrica, stava per chiedere scusa a Diego, poi è arrivata la Germania e l’ha fermato. La critica è salva, viva la critica.

La stampa comunque non si risparmia nello stilare la lista dei problemi del futbol, dal caro-biglietti alla gestione delle barras bravas, gli ultras violenti e dominatori di tanti club, ai diritti tv che sono stati acquisiti dallo Stato, spendendo 600 milioni di pesos per strapparlo alla tv via cavo, in un momento in cui molti argentini non riescono ad arrivare a metà mese. Infine, non ultima, l’ennesima emorragia di talenti dalle squadre della Primera Division (sono otto finora quelli sbarcati in Italia).

Il calcio insomma resta un affare di stato. Mal gestito ed esposto alle speculazioni. Washington Cucurto, poeta e scrittore, ha detto: «L’eliminazione dal mondiale non è nulla al confronto di quello che può accadere in un futuro molto vicino. Qui il calcio rischia di sparire. Ci alzeremo una mattina e il campionato non comincerà, perché non ci sarà più. Salviamo il futbol, rimpiazziamo al più presto questi irresponsabili, da Grondona a Bilardo, da Diego fino all’ultimo».

Sentendo tutto questo e vista tutta la gran fatica a sopravvivere dalle periferie del calcio fino alla capitale, in questa vigilia distorta cosa vuoi che sia l’attesa per un fischio d’inizio?

 

Scritto per il Manifesto - febbraio 2010