Calcio e cicale nel silenzio atomico di Hiroshima


Dalla commemorazione che ferma il Giappone alla partita del Sanfrecce: il dolore della storia, la gioia del pallone

La curva calda del Sanfrecce Hiroshima, campione del Giappone 2012, 2013 e 2015
La curva calda del Sanfrecce Hiroshima, campione del Giappone 2012, 2013 e 2015

 

Solo le cicale - milioni di cicale giapponesi - potevano impadronirsi di quei due minuti di silenzio che sabato 6 agosto 2016 a Hiroshima si sono allineati come di rado accade ai pianeti: quello del mattino per la commemorazione delle vittime della bomba atomica che ha spazzato la città nel 1945 e quello che, la sera, precede la partita di calcio della Japan League, Sanfrecce Hiroshima-Nagoya.

Tra il dolore della storia - ore 8,15 - e la gioia del pallone (fischio d’inizio ore 19) non si fa che meditare: sono 11 ore di assenza.  Da piccoli sapevamo che i cattivi erano i pellerossa e i giapponesi. Crescendo, scopriamo che gli indiani si battevano per la loro terra e che la bomba atomica è stata un’atrocità gratuita: il Giappone era alla resa (non c’era più niente da bombardare), ma gli americani hanno voluto andare sul sicuro collezionando 80mila morti in un colpo solo.

Oggi Hiroshima è un epicentro di pace. Alle 8,15 di ogni 6 agosto il Giappone si ferma, ovunque sia e qualunque cosa faccia. Davanti al monumento alle vittime, con sullo sfondo lo scheletro del Bomb Dome, uno dei pochi edifici non crollati, scende il silenzio. Poi parlano le autorità ed è sempre lo stesso copione: implorano il mondo di sbarazzarsi degli armamenti atomici. Se ce lo dicono loro dovremmo fidarci, invece niente.

 

A LEZIONE DI PACE

Quest’anno c’erano 40mila persone al Parco della pace. Hanno vinto le cicale, ma loro che ne sanno di quella cosa lì, che ne sanno di quell’onda di morte che ha cancellato una generazione a rate (la prima sul colpo, la seconda con gli effetti delle radiazioni: altri 50mila morti stimati), che ne sanno dei bambini che regalano agli stranieri - nell’afa molesta delle sette del mattino - i disegni realizzati a scuola in segno di pace. Quando un bambino che potrebbe essere tuo figlio ti mette in mano un fiore e poi si inchina dicendoti benvenuto amico, ecco: in quell’istante ti prende un crampo all’anima che si scioglie tre giorni dopo.

A Hiroshima nessuno viene a dare lezioni di pace. Qui si viene a prenderle. Siamo piccoli e quasi fuori luogo, noi che sappiamo tutto e invece non sappiamo niente, noi lì, davanti alla fiamma che arde, noi lì, dentro il Museo della Pace che conserva ciò che è stato fuso, lacerato, contaminato. Siamo piccoli e ignari, proprio come l’equipaggio del bombardiere Enola Gay che sganciò la bomba, che sapeva cosa stesse trasportando ma non ne conosceva gli effetti. Quando videro il fungo atomico dissero solo: «Mio Dio».

Sono passati 71 anni di silenzi e cicale.

Hiroshima oggi è una metropoli dove si va dal tram alla cultura, dalle forme del sushi che sembrano pezzi di Lego a quelle mastodontiche del grattacielo. Una città che ogni anno si ricorda di non dimenticare, mentre in giro c’è chi si dimentica di ricordare. Una città dove si usano l'energia e il divertimento come scudi contro la compassione del mondo.

Lo sport - quindi - si è ricavato spazi molto grandi. Nel baseball, numero uno in Giappone, i Carps randellano un po’ tutti. Nel calcio il Sanfrecce Hiroshima è una delle superpotenze della Japan League, forte di tre titoli recenti (2012, 2013, 2015).

Il suo logo sono tre frecce intrecciate. San vuol dire tre, frecce vuol proprio dire frecce. Cioè, hanno usato una parola italiana con tutte quelle che c’erano al mondo e Dio solo sa come gli sia venuta in mente questa cosa per simboleggiare che l’unione fa la forza, perché spezzare una singola freccia è facile, tre insieme è arduo.

Non si può non provare simpatia per il Sanfrecce.

In un campionato che aveva anche un certo fascino, fino a qualche anno fa, e poteva essere un buon cimitero d’elefanti per famosi giocatori europei e sudamericani.

In una città che si è fatta un nome 71 anni fa, ma che ne avrebbe fatto volentieri a meno.

In un Paese che per paradosso è alimentato dall’energia nucleare.

 

ORFANI DEL SAMURAI NUMERO 10

Comunque il problema maggiore di Hiroshima, in questo sabato 6 agosto 2016, è che manca la stella.

Siamo orfani di Takuma Asano, signori.

Il nuovo samurai del calcio (noi italiani conosciamo solo Nakata, Honda,  Nagatomo e Nakamura) è appena andato a giocare in Inghilterra, ché ne valeva la pena: Arsenal, mica Bar Tiffany. Sta di fatto che il 10 è sparito dalle bancarelle: non si trova nemmeno un portachiavi con quel numero.

Il Sanfrecce si è indebolito, è chiaro.  Quest’anno la squadra di Hajime Moriyasu ha perso le partite importanti. “Gioca bene, ma prende troppi gol”, dice esperta la donna di mezza età che colonizza il posto accanto al mio. Indossa la maglia del difensore Chiba, che alla fine sarà premiato come migliore in campo.

“Sarà mica suo figlio”

“No” e accenna un inchino.

“Vi somigliate”, contraccambio l’inchino.

“Ci somigliamo tutti”, altro inchino.

Signora - accenno un inchino - se va avanti così prima della fine della partita ho un attacco di cervicale.

Si comincia. Lo stadio è incastonato nelle colline fuori città. Ha un grande braciere nel quale arde una fiamma olimpica. Le cicale s’introducono nel minuto di raccoglimento. Provi ad immaginare quella notte di 71 anni fa, quando tutto era compiuto e la morte aveva messo a tacere anche loro. E pensi che un mondo pieno di cicale è il minimo che dovremmo chiedere alla vita, prima ancora di esigere che questa nostra vita non dipenda dagli altri e dalle loro faccende.

Non c’è partita contro il bonsai Nagoya. Al secondo minuto segna Peter Utaka, nigeriano di gran fisico e niente più: dovrebbe essere il nostro Godzilla, è la nostra pantegana. Questo passa il convento degli stranieri. Il calcio giapponese ha perso fascino. Lo stanno superando, in notorietà e interesse, quello americano e quello cinese. Più soldi, più pianeta.

Si accontentano i tifosi della curva viola, che si esibisce più volte in un coro che è la versione nipponica di «Avanti popolo, alla riscossa, bandiera rossa…». Una curva che pulsa, ma che pagherebbe per vedere qualcosa di più del gioco viscoso della sua squadra. Insomma la partita finisce 2-0 (Miyayoshi di testa su corner al 22’), ma proprio non ce la fa ad entrare nella top ten delle più belle della storia del calcio.

La signora si scusa: «Non giochiamo bene, mi spiace»

Tranquilla, sarà il caldo» (nota per il lettore: questi dialoghi sono immaginari, perché lei comunica in giapponese stretto e ci s’intende a sguardi, cenni e poesie aeree)

«Lei viene dall’Italia, che bello. Spero che vinca qualcosa alla lotteria che fanno nell’intervallo. L’ha comprato un biglietto?»

«No. Ho comprato la maglietta del capitano Aoyama»

«Arigato» (grazie). Inchino lei, inchino io.

«Ayoama è suo figlio?»

«Noooh» (ride)

Il caldo in effetti è insopportabile, perché lo manda l’umidità. Ne esce una partita di serie B. La frenesia del calcio giapponese? Andata. Le prodezze alla Holly e Benji, che 30 anni fa sbarcavano in Italia per far credere a giocatori anche scafati che si potevano sfidare le leggi della natura e della gravità giocando a calcio? Zero.

Fischio finale. Squadra sotto la curva, saluti a cori, baci e abbracci. Giro d’onore, inchino di gruppo davanti alla tribuna. Qui s’inchinano tutti. Atmosfera rilassata dopo una giornata prevalentemente triste.

 

L'INDIMENTICABILE PALLA ROSSA

Quella bomba ritorna in continuazione. C’è un plastico nel Museo della Pace: è la città di Hiroshima rasa al suolo, in piedi solo qualche casa. Su quel plastico di tre metri per tre pende una palla rossa, sospesa a due spanne da terra: rappresenta il punto in cui la bomba atomica scoppiò, a 500 metri dal suolo, propagando l’urto di morte più crudele di ogni epoca.

Quella palla rossa non te la togli più.

Sarà sempre con te, la porterai nella tua vita, forse in qualche scatola di coscienza, di certo nei tuoi racconti.

Una palla rossa.

Altro che pallone.

 

agosto 2016


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