Dal calcio al Banana Bunker: le identità di Berlino


Ecco come l'Herta rappresenta una città che ha trasformato un passato di macerie in arte e bellezza. Un po' anche nel calcio.

foto UGO SPLENDORE
foto UGO SPLENDORE

 

 

In questo 22 aprile che pare il 22 novembre (7 gradi, il sole che fa le finte, le nuvole in barriera, la grandine che prende in contropiede) guardando dalla curva est Herta Berlino-Wolfsburg, ferramenta di Bundesliga, la domanda che sorge è: ma la squadra di Berlino rispecchia o no questa meravigliosa città molecolare e d’avanguardia, rimbalzata per anni tra due punti cardinali e popolata da piccoli concerti e grandi murales?

Anche se pare arduo rappresentare una città così multi-culturale e multiuso, la risposta è sì: l’Herta ce la fa. Anche le se manca quel filo di fantasia che colora l’anima della città nei suoi accessi remoti. Anche se non ha fenomeni che facciano uscire l’arte dai suoi nascondigli.

 

Dunque sì. Sì, se guardiamo ad esempio al rigore dell’Herta.

Le zone turistiche della città sono moduli composti nell’ordine, nel verde, nella civiltà e spesso nel silenzio lapidario di drammi e tragedie. Ebbene, l’Herta in questo è proprio Berlino: compatta eppure ariosa, frenetica eppure ordinata. Una squadra che difende il quinto posto in classifica, il che non è male per gente che cinque anni fa era in serie B. Va e sviene, l’Herta. Come cade, si rialza. A luglio compie 125 anni. Ha visto due guerre, combatte le sue battaglie proprio come i berlinesi: partendo dalla riluttanza ad accettare la quotidianità, mirando allo stravolgimento dei giorni per assorbirne l’anima.

Certo, se l’avversario fosse più concreto di questo Wolfsburg scollato e sciupone (Berlino non è così: qui c’è collante e non si butta via niente), staremmo a fare tutt’altri ragionamenti. Ma così va il calcio, lo sappiamo: a nomi, il Wolfsburg è più forte dell’Herta; a fatti, non lo è. Il Wolfsburg fino a ieri era un sommergibile, oggi è una zattera minacciata dai mari agitati della zona retrocessione.

Eppure il Wolfsburg parte forte: dopo 15 secondi ci vuole un miracolo del portiere norvegese Rune Jarstein per salvare l’Herta. Lui, di rosa vestito, da capo a piedi, para tutto. Al resto ci pensano le palle dei compagni e un gol di Ibisevic nel secondo tempo. La difesa è bella tosta, praticamente un bunker. E a proposito di bunker, ecco una storia che racconta perfettamente da dove viene la Berlino dei giorni nostri: la storia del Banana Bunker.



Il Banana è un ex rifugio antiaereo diventato galleria d’arte. Si trova nel quartiere di Mitte, nell’ex Germania dell’Est. Tra gli eleganti palazzi c’è questo grigio bestione di cemento costruito nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, per le ferrovie: doveva proteggere dagli attacchi aerei i viaggiatori in arrivo alla stazione di Friedrichstrasse. Le pareti sono spesse quasi due metri, il soffitto tre. Nel 1957 è stato convertito in magazzino per l’importazione di frutta da Cuba ed è lì che ha preso il nome di Banana. Dopo la caduta del Muro (1989), ne vede di tutti i colori: ritrovo per musica techno e party fetish, diventa il club più hard del mondo; poi è fiera del commercio erotico e pure teatro. Infine, nel 2003, lo compra il collezionista Christian Boros, che lo converte in spazio per la sua collezione d’arte contemporanea. Così è cambiata Berlino: dalle macerie al trionfo dell’arte in tutta la sua vastità. Una sorta di risarcimento del destino.

 

Ma torniamo alla partita dell’Olympiastadion. Siamo a metà.

Nell’intervallo si annota che:

1. Vento, pioggia e coriandoli sono andati in una sola direzione: la tua.

2. Se non bevi birra ti chiedono se sei malato. Sugli spalti girano distributori umani di mezzilitri, dotati di zaino-tanica, che ti iniettano luppolo direttamente in vena.

3. La coda ai bagni è più lunga di quella alle biglietterie.

4. Se non mangi un panino con wurstel ti chiedono perché sei infelice. Mangiare un curry-wurst senza imbrattarsi risalendo le gradinate infestate di tifosi e pacche sulle spalle, ti rende scritturabile dal Cirque du Soleil.

5. Cartellino giallo si dice Gelbe Karte. Così. Metti che un giorno possa servire.

6. Ci sono 42.521 spettatori. Un terzo dello stadio è vuoto.

7. Qui l’Italia, a stadio pieno, ha vinto il Mondiale del 2006. E tu, proprio tu, avevi 11 anni in meno.

8. La metro che porta qui è gialla, la vita è bella, dai che il cielo si sta aprendo, no cazzarola è di nuovo grigiotopo. Piove. Sicuro.

9. “Quando la partita ti annoia, guarda le scarpe del vicino: dicono sempre qualcosa”. Parola di Hans, al settimo boccale. Le sue sembrano di un numero più grandi.

10. La versione tedesca di “New York New York” di Frank Sinatra (titolo: “Berlin Berlin”) potevano risparmiarsela.

 

Ora viene il secondo tempo.

E la risposta alla domanda se la squadra di Berlino rispecchi o no la città, punta ancora verso il sì. Perché all’inizio, mentre il Wolfsburg ricama il suo calcio improduttivo, l’Herta bada al sodo segnando con Ibisevic, uno che non ha i piedi scaltri ma che sa sempre cosa fare quando ha la palla.

Dopo il gol dell’Herta, il Wolfsburg quasi pareggia con Mario Gomez, che da un metro spara la palla dritta contro la traversa. Non cambia mai, Marione.

È da questo allarme che l’Herta diventa davvero la squadra di Berlino.

La multinazionale biancoblù tira fuori un’indole straniera che, invece di ramificarsi dove non serve, si fa radice attorno all’obiettivo. Vladirmir Darida è ceco, Salomon Kalou ivoriano, Allan Rodrigues de Souza brasiliano, Per Skjelbred norvegese, Peter Pekarik slovacco, Vedad Ibisevic bosniaco, Genki Haraguchi giapponese, John Brooks americano, Sami Allagui tunisino. Alexander Esswein, tedesco, corre per tre ed è il migliore in campo.

Ma se è vero che la quadra pare un inno all’integrazione, non è detto che rispecchi Berlino: pare infatti che in questa città l’integrazione sia solo di facciata. Diciamo che quasi nessuno si pone il problema di integrarsi: vive per i suoi scopi e basta.

Altra cosa. Manca un turco in questa squadra. Fa strano, perché a Berlino c’è la più grande comunità turca del mondo. I turchi sono i padroni di un’ampia quota del quartiere meridionale del Kreuzberg, dove stanno scivolando i flussi artistici della città che prima galleggiavano nei quartieri più a nord, producendo l’ennesimo attacco di vivacità in questa metropoli da tre milioni e mezzo di abitanti.

Siamo a fine partita. Mentre tu stai pensando a come curare la settima bronchite in tre giorni, la Berlino multi-football è lì in campo a sudare sotto il sole e poi sotto la pioggia, che a fine gara si fa grandinella, sostenuta da un tifo che fa dell’identità una storia sola. Anche qui - come in tutte le città-stato lastricate di un’unica fede calcistica - il calcio è religione e redenzione, riscatto sociale e appartenenza.

Finisce 1-0 sotto nubi di pietra. La squadra dell’Herta va sotto la curva calda dei tifosi, ancora tutta popolata. Il resto dello stadio si va svuotando. La gente torna al suo labirinto sociale per scomparire nelle nuove caverne: le manie punk, i graffiti che colorano palazzi destinati all’abbattimento, quartieri imborghesiti e affitti in rialzo, mode invadenti che vanno dall’ecologico al vegano, movida notturna interminabile. C’è una frase che spiega questa città abbellita dalle sue stesse contraddizioni: «Volevo comprare casa a Berlino, ma ho speso tutti i soldi per fare colazione con gli amici».

 

Festaiola e amata per il senso di libertà che conquista tutti coloro che decidono di abbandonarsi alle sue braccia, per riciclarsi o per sfidare la grandine della crisi, Berlino vive di conquiste quotidiane e fantasia. La sua squadra, che prende il nome da una barca conosciuta dai fratelli fondatori, Fritz e Max Linder e Otto e Willi Lorenz, la rispecchia ma non ancora in toto. Se la cava con lo sbattimento. Ma le manca la fantasia.

Quando avrà anche quella, diventerà grande.

 

Berlino, 22 aprile 2017

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