Malaga-Siviglia e il fantasma di Ciro Immobile


Nell'Andalusia del calcio dove tramonta la corrida


È giorno di corrida a Malaga, venerdì 21 agosto 2015, ma non ci sono tori e toreri perché stavolta è il futbol a mettere le corna: comincia la Liga con il derby d’Andalusia Malaga-Siviglia. Ma attenzione al fantasma che c’è in panchina.

Si gioca di sera allo stadio della Rosaleda, mentre in città squadre di turisti piangono sul vino versato tra le vie del centro nella più grande festa dell’anno, piena di giovani, di bellezza e di correnti d’alcol che rendono appiccicoso il lastricato di questa fulgida estate andalusa: calda e secca, un tantino matta e naturalmente, finalmente, calcistica.

In Andalusia si vive di cose rotonde: botti da vino buono, sole, stadi per corride e pallone. Le storie di calcio sono il precipizio preferito in questo lembo meridionale della Spagna, così unico e inestricabile. Per esempio. Si narra che in un’era decadente non molto lontana i tifosi del Cadice, sconsolati, per divertirsi almeno un po’ si allineassero al guardalinee per vedere se faceva il suo dovere. Così mezza gradinata passava il tempo a spostarsi avanti e indietro, con grande effetto speciale: lo spettacolo rubava la scena al campo.

Tra leggende, ricorrenze e aneddoti, tra pedate sontuose e polemiche a pronta presa, il calcio è religione anche in Andalusia e sa farsi rispettare: il Siviglia ha vinto quattro Europa League (due di fila negli ultimi due anni, una allo Juventus Stadium contro il Benfica e una a Varsavia contro il Dnipro); il Malaga ha sfiorato la semifinale di Champions nel 2012, fatto fuori dal Borussia Dortmund in un modo che ancora grida vendetta. Granada, Cadice, Almeria, Huelva, Cordoba e Betis Siviglia prendono ascensori in continuazione tra le serie più alte del calcio spagnolo.

Quello di Manuel Pellegrini era il Malaga d’oro, quando al presidente Abdullah Al Tani era venuto il pensiero stupendo di rompere l’arco del trionfo che va da Barcellona a Madrid, salvo rendersi conto che avrebbe dovuto spendere più di entrambe per vincere la Liga. A quel punto tanto valeva prendere casa su Marte: costava meno.

In più c’era il conguaglio politico: Al Tani voleva uno stadio nuovo e libertà di costruire hotel a Marbella, ma le istituzioni si sono voltate dell’altra parte. E così il club biancazzurro, che l’anno scorso aveva sulle maglie il marchio Unesco (bello, da applausi) spende il giusto per rimanere in scia alle grandi di Spagna.

I tifosi del Malaga, che hanno ancora in bocca il gusto del dolce al gran buffet, riempiono la Rosaleda di quel preoccupato affetto che nutrono per la loro città, un tempo splendente e attaccante, oggi opaca e contropiedista.  Tifoseria corretta quella del Malaga, un po’ picassiana (Picasso è nato qui, c’è un discreto museo) e che va a vampate, come spiega Victor sull’autobus per lo stadio: «A noi interessa il bel gioco. Tifiamo per i nostri. Ma se gli altri ci provocano, non ci tiene nessuno».

Succede tre ore dopo: gli 800 del Siviglia, pigiati nel «formaggino» tra curva e tribuna, fracassano per tutta la partita, tanto che qualcuno intorno non resiste e fotografa il loro spettacolo di arte varia. Ma gli ospiti, appena levano cori irriguardosi, vengono zittiti dai fischi dei 32mila della Rosaleda.

In città i giovani tifosi del Malaga si radunano agli incroci dei bar eletti. La polizia li marca a zona, loro fanno sapere cosa pensano delle mamme delle divise e di quelle del Siviglia: un po’ rosicano, perché gli altri vincono e loro no. Dilaga la birra, nient’altro. Intorno allo stadio, sotto i chioschi modellati dall’ombra, gente con maglie nostalgiche di Isco (oggi al Real Madrid) e del bomber Roque Santa Cruz, migrato in Messico e invocato a tornare.

Lo stadio si riempie come a messa, piano piano. Non c’è il tutto esaurito, anche se il Malaga è uno dei club che più incentivano l’ingresso dei bambini, con prezzi ridotti e abbonamenti economici. Parliamo di un calcio, quello spagnolo, che è al top in Europa (per la prima volta nella storia porta cinque squadre in Champions, grazie al Siviglia che ha vinto l’Europa League e al Valencia che non si è fermato ai preliminari) e che alla prima di campionato ha fatto un salto di 36mila abbonati in più rispetto all’anno scorso.

Malaga-Siviglia finisce 0-0. Uno zero a zero frizzantino, certo non da sbronza. Meglio il corposo Malaga (annullato un gol buono nel finale), che vince ai punti e prende gli applausi della Rosaleda. Stinto e barricato il Siviglia di Unai Emery, l’allenatore che tutti vogliono e nessuno piglia. In tribuna, ai miei lati ci sono un tipo che non è venuto e uno che mangia semi di zucca fino al 74’, poi comincia con le unghie. Nel seggiolino vuoto ad un certo punto viene a sedersi un pancione che stava due file sopra: «Proviamo. Magari porta fortuna. Sei qui per Ciro Immobile?».

Veramente no, faccio un viaggio nel calcio. Però è deludente vedere l’italiano fantasma, uno che dovrebbe essere uno dei bomber dell’Italia di Conte, in panchina fino all’80’. Entra con il Siviglia in dieci (espulso il francese N’Zonzi, che è cavallo di razza) e produce solo ripiegamenti sotto la linea della palla. Il Siviglia, che spreca due palle gol in avvio (Gameiro non è Bacca), conferma la sua solidità: non perdere è stata una vittoria.

I giornali del giorno dopo parlano di «Siviglia graziato» da una squadra che di gol ne ha sempre fatti. Tra l’altro, il Malaga detiene il record del gol più veloce nella storia della Liga: lo ha segnato all’alba del millennio l’uruguagio Dario Silva (ex Cagliari) dopo soli 7 secondi contro il Valladolid. Poi ha perso una gamba in un incidente stradale e si è messo a giocare con i disabili.

A partire dalla notte della Rosaleda, Ciro Immobile diventa un ingombrante compagno di viaggio. Sul bus da Malaga a Siviglia, l’autista chiede: «Ma Immobile  perché gioca così poco? È uno zuccone?». Ci sediamo vicini, io e Immobile, e gli dico: «Non farmi fare queste figure, impegnati. Guadagnati quel cacchio di posto da titolare, su, fagli vedere chi sei». Ciro beve una Red Bull e guarda fuori.

Fuori scorre il paesaggio di una terra secca, una terra meridionale: coltivazioni di ulivi, viadotti, case bianche, misto di terreni verde scuro, gialli e marroni. A volte sembra un plastico. A volte ha un’aria allegra, a volte un sorriso triste e mediorientale. Terra grigia e terra bruciata, ondulata, rigata di verde e foderata di grano. Il cielo è di un azzurro secolare, come intoccabile. Le nuvole sono disinteressate a tutto, in particolare alla terra.

A Siviglia scarico Immobile allo stadio Ramon Sanchez Pizjuan, cattedrale del Siviglia, che sorge vicino a una fermata della metro in un quartiere monastico. Il Ramon Sanchez Pizjuan è uno stadio vecchiotto, e infatti lo stanno ammodernando. «Non si può visitare», dice l’addetta della piccola reception, abbellita (la reception, non lei) dai trofei vinti dalle squadre giovanili.

Per affrancarmi da Immobile devo ricorrere al negozio del merchandising sotto lo stadio. Lì c’è la sua divisa dalla testa ai piedi, il numero 11 in primo piano, su una piccola panchina che richiama lo spogliatoio. L’addetto è convinto: «Immobile ingranerà e farà tanti gol». Allora senti, te lo lascio qui. Devo andare a cercare un barbiere (un peluquero) per chiedergli se ha mai ascoltato l’opera di Gioacchino Rossini e poi devo correre dai cugini del Betis. Insomma, ho una certa fretta: «Ciro, mi raccomando».

Prima di lasciare lo stadio, devo fare quello che ogni tifoso del Siviglia non manca di fare in agosto: portare un saluto all’ingresso 16, dedicato ad Antonio Puerta, calciatore del Siviglia morto per un arresto cardiaco il 28 agosto 2007. Anche quel giorno c’era di mezzo una prima di campionato. Siviglia-Getafe. Puerta ha solo 22 anni. Si accascia, lo rianimano, va negli spogliatoi ma arrivano altre crisi cardiache. Aveva un cuore matto. Qualcuno dice che il Siviglia ha fatto finta di niente, che non ha approfondito gli esami dopo certi malesseri. Fatto sta che alla Puerta 16 (il suo numero di maglia) ora c’è quell’immagine di gloria e tristezza che a distanza di quasi dieci anni testimonia l’affetto del club a uno dei suoi figli prediletti, protagonista della pagina più triste e commovente del club andaluso.

Attraversare Siviglia seguendo le vie del calcio non è una passeggiata. Raggiungere lo stadio del Betis, l’altra squadra della città che è appena risalita nella Liga, è un incamminarsi verso sud, come se il sud non bastasse o non finisse mai in Andalusia. Èd è un viaggio tra tante cattedrali (qui c’è la seconda più grande al mondo dopo San Pietro a Roma) e angoli d’incanto. È una città meravigliosa, da venirci a vivere. Perché Siviglia è una città che da secoli resta sospesa tra stili e culture, tradizioni e feste religiose, tra barocco e moderno. Sa di Spagna e di abbracci al mondo.

L’altra Siviglia del calcio si ritrova nel quartiere di Heliopolis, dove sorge lo stadio Benito Villamarín. Qui gioca il Betis. Il nome per esteso del club biancoverde è: Real Betis Balompiè. Un nome che odora di pallone di cuoio marrone, autoimmune, secolare: e infatti il Betis se lo porta addosso esattamente da 100 anni, quando nel 1915, per dribblare la parola inglese foot-ball, i dirigenti la tradussero in balon-pié.

Così romantico e unico, questo sopracciglio sul Betis è una delle storie più belle e antiche del calcio spagnolo. Betis e Siviglia hanno vinto un titolo a testa: il Betis nel 1935, il Siviglia nel 1946. Il Betis ha due coppe di Spagna, il Siviglia cinque e con le quattro Europa League si è fatto una fama mondiale. Eppure il Betis è un’istituzione e riceve molte attenzioni quando si muove tra le arene spagnole, come quest’anno alla prima di campionato quando ha impattato 1-1 contro il Villarreal al ritorno nella Liga dopo un po’ di purgatorio.

Siviglia è questa: focosa e divisa né più né meno di altre città che hanno un derby nell’armadio. Amato e odiato, il calcio sivigliano non trema davanti alle porte della crisi, dove l’aumento delle prese di coscienza ha minato la fiducia nell’altro appuntamento da arena: la corrida. La Arena de Plaza de Toros de la Maestranza, 12mila posti (150 euro quelli all’ombra, 20 quelli al sole) non è più la tappa imperdibile nel giro turistico della città. Alle esibizioni dei toreri si interessa sempre meno gente: ormai sta ai giovani come l’iPhone sta ai nonni.

La corrida si sta accartocciando su se stessa, appassendo piano piano, mentre in città i fiori colorati aggrappati alle chiome delle ballerine di flamenco dominano la scena senza posa e sembrano non appassire mai, loro sì intramontabili come l’anima capiente di Siviglia e i colori a strisce del futbol cittadino.

agosto 2015