Orgoglio viola a Varsavia


La Fiorentina snobbata da tutti batte il Real Madrid campione mediatico

C’è un clima finemente atlantico (sole-pioggia-fresco-sole) a Varsavia quando atterrano in città Real Madrid e Fiorentina per il Supermatch di metà agosto, nell’anno del Signore 2014.

Il Ferragosto è appena stato deglutito, la capitale brulica di turisti tra le vie della bella città vecchia e in tv passano film doppiati da una sola voce, maschile ed inquietante, che sembra più un commentatore che un attore.

Il calcio business ormai va alla ricerca di terreni fertili nel Far East, e la Polonia lo è. Non è difficile capire perché. Primo, gli Europei di Polonia/Ucraina 2012 hanno fatto venire l’acquolina in bocca a un paese dal calcio modesto e, secondo, hanno lasciato in dote ottimi impianti.

Il Narodowy, stadio nazionale di Varsavia, è una corona bianca e rossa visibile da qualunque terzo piano di un palazzo in città, incastonato là in fondo, oltre il fiume Vistola che scorre grigio e lento come un elefante.

Dentro questo stadio si gioca la partita da sogno di tarda estate. C’è il Real Madrid campione d’Europa. C’è Cristiano Ronaldo, più dieci blancos in omaggio. Tra la squadra titolare e la panchina, in pratica, non c’è differenza. Due squadre che nel campionato italiano si giocherebbero il titolo.

Dall’altra parte c’è la Fiorentina. I giornali del giorno la snobbano. Foto e articoli sono tutti per le merengues. La Fiorentina viene definita squadra italiana di secondo piano rispetto a Juve, Roma, Napoli e le milanesi. Su Gazeta, la giornalista identifica la Viola come ‘la squadra di Vincenzo Montelli’, ebbene sì, Montelli. Del Real Madrid cita pure gli assenti, Isco e Modric, della Viola manco un titolare. Siamo a 50 righe contro 7, tanto è schiacciante il dominio del Real a livello mediatico. C’è da chiedersi a che punto stia l’appeal delle squadre italiane in giro per il mondo, ma forse è meglio non approfondire. Comunque, toccando con mano, si vede che è in caduta libera.

Due ore prima del match, una febbre bianca pervade Varsavia. In direzione stadio, lungo ponti e vialoni, spuntano maglie del Real, sciarpe del Real, tute del Real. Cristiano di qua, Ronaldo di là. Maglie nostalgiche per i meno aggiornati: Zidane, Roberto Carlos, Figo e Kakà.

In pratica: nove polacchi su dieci, allo stadio, tiferanno Real Madrid. Il decimo sarà indifferente, ma pronto a sciogliersi davanti al miglior offerente. Tifosi viola, una rarità. Qualcuno si fa un goccetto per prendere coraggio. Qualcun altro pagherebbe di tasca propria per una vittoria, giusto per tornare trionfante dal portiere del suo albergo che lo ha accolto così: «Davvero sei tifoso della Fiorentina e sei venuto a vederla contro il Real Madrid? Mi dispiace tanto. Su, coraggio».

Lo stadio, completamente coperto, aspetta il fischio d’inizio. Una curva è tutta bianca, ma proprio bianca: sono gli ultras del Real, sempre presenti ovunque. Grazie alla società, naturalmente. I fidi supporter srotolano la maxi-immagine del mito Alfredo Di Stefano. C’è un’atmosfera Real dappertutto, l’entusiasmo esplode al terzo minuto al gol di CR7 in contropiede. Schiavo del mega-schermo e della sua bravura, Cierresette prova numeri da circo che però gli riescono sempre a metà: incredibile ma vero, poco alla volta la curva non blanca comincia a fischiarlo.

Ma tanto il Real Madrid è pieno di campioni. Angel Di Maria è il Messi del centrocampo. Uno così, non ha prezzo. In un bar mleczny (tradotto: bar latte, in pratica una vecchia latteria dove ai tempi del comunismo gli operai andavano a pranzo per risparmiare tempo e denaro, e che oggi è il ritrovo trendy di studenti, manager e uomini d’affari) al mattino si discuteva se era più forte Di Maria o Bale. Poi tutti d’accordo: stasera fanno due gol a testa contro quelli lì, come si chiamano già?

E qui entra in scena la Fiorentina. Da sparring partner a protagonista, il passo è prima breve (pareggio di Gomez su cross d’assalto di Aquilani) e poi lungo: Marcos Alonso, forse non sa nemmeno lui come, si apparecchia nel finale di partita il tiro del 2-1 che lo fa entrare nella storia della Viola. Il Real intanto ha fatto turnover e la squadra B (Benzema, Kroos, Sergio Ramos, Coentrao, robetta) mantiene alto il livello d’attenzione del pubblico sulle maglie bianche.

Delle maglie viola, infatti, nessuno si cura. Eppure Borja Valero è ovunque, Gonzalo Rodriguez gioca con la maschera da Pulcinella, Aquilani scheggia la traversa, Vargas sfiora il 3-1 e Babacar prende il tempo a mezza difesa spagnola come un centravanti d’esperienza.

È un fenomeno che ha del paranormale: c’è una squadra che sta vincendo, ma tutti gli occhi sono appiccicati su quella che sta perdendo. Forse perché così «alleggerita» dalla pressione, forse perché semplicemente squadra ormai di dimensione europea (sarà forte il Legia Varsavia, vien da dire al sanguigno tifoso fiorentino rivolto al polacco), la Fiorentina porta a casa il risultato pieno. Nel giro delle sostituzioni, l’applausometro sale solo per Mario Gomez, che evidentemente ha tanti estimatori in Polonia tra gli emigranti di ritorno.

L’idolo di casa, il polacco Rafal Wolski, entrato nella ripresa nelle file viola, alza la coppetta da torneo dei bar a fine partita, quando ancora il pubblico non si capacita di quanto accaduto.

È successo di tutto in questo match. C’è stata persino l’invasione di campo di un tipo vestito di blanco, un CR7 extralarge, un meringone che per cinque minuti è rimasto in area di rigore, invocando il pallone, prima che la security si accorgesse di lui. Applausi scroscianti dalle tribune per questo fenomeno, che detiene sicuramente il record mondiale di durata di un’invasione.

La notte viola al Norodowy Stadion, scandita anche da questi episodi paranormali, si spegne poco alla volta. Lontano da Firenze, lontano dall’Italia, lontano da sé, la Viola scrive un capitolo bellissimo della sua storia in un’atmosfera surreale dall’inizio alla fine. L’indomani, Gazeta titola: incubo amichevole per il Real. La parola Fiorentina viene spesa giusto per nominare chi è stato a permettersi questo atto di lesa maestà. Mannaggia a Montelli.

È tarda mattinata quando, allo stadio del Polonia Varsavia, dalla parte opposta della città, si aprono i cancelli. Tanto non entra nessuno: il club è precipitato in Terza Divisione perché il presidente s’è mangiato tutto. Quelli della reception parlano del match della sera prima come di un fatto strano, molto strano, e si chiedono da dove sia sbucato quel Pizarro.

Qui hanno conosciuto i giocatori della nazionale polacca nella rifinitura degli Europei. Ricordano perfettamente quanto fosse disponibile Kuba Błaszczykowski e quanto imborghesito Robert Levandowsky del Borussia Dortmund, oggi al Bayern Monaco: «Pur di non salutare, fissava il soffitto camminando».

Il perimetro di questo stadio, che ospita il club più vecchio di Varsavia (è nato nel 1911, è stato due volte campione nazionale nel 1946 e nel 2000 e ha vinto due coppe di Polonia nel 1952 e nel 2001), è coperto di murales che narrano la resistenza contro i nazisti e i movimenti rivoluzionari del Paese.

A Varsavia si respira ancora tutta la memoria della Seconda guerra mondiale. C’è un percorso che tocca i punti principali delle stragi naziste, su tutti il ghetto ebraico. Il cimitero ebraico fa impressione: in pratica è una grande foresta e dentro, tra le erbacce, i viottoli e le lumache, trovano posto migliaia di tombe.

Il senso del mondo dei polacchi è stato per anni filtrato da questi eventi e dal comunismo. Oggi il Far East sta lentamente adeguando la sua storia ai tempi: la memoria si impolvera e il business prosciuga le energie della gente. Nel ricambio generazionale, forse queste memorie perderanno lentamente la loro forza evocativa, il loro interesse e il loro monito alle generazioni future.

Oggi non c'è più tempo per nulla, c’è da andare a vedere Cristiano Ronaldo. O il suo avatar con la trippa.

 

Varsavia, agosto 2014