Puntualità zero


In ricordo di Diego Armando Maradona (1960-2020)

 

Mi chiamo Enzo. Enzo Campolattano. Sono nato a Maddaloni, provincia di Caserta, e non ho più niente di utile nelle ginocchia. Ogni tanto corro e loro si gonfiano come angurie. Ogni tanto penso a quanto sarebbe stata diversa la mia vita se legamenti e menischi avessero sorretto la mia carriera di calciatore. 

Ho un bel sinistro. Può tagliare l’aria e incendiarla, ma sa anche accarezzare il pallone come un petalo, fermarlo e sospenderlo per un attimo nel vuoto. Di tacco. Di suola. Di punta. 

Quel coso rotondo e infernale può addormentarsi sul collo di questo piede che ai tempi della Primavera del Napoli piaceva anche al più grande calciatore di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. Lui tirava le punizioni al termine degli allenamenti e, incredibile ma vero, spesso stava a osservare noi della Primavera nelle esercitazioni. Emetteva urletti di giubilo quando centravamo la porta e gonfiavamo la rete - con tutto il rispetto - alla sua maniera. 

Non ho mai raccontato a nessuno le emozioni e il senso di rifugio, di armonia, che ho provato a giocare con Diego. Oggi più di ieri mi domandano, com’era Diego? In una cosa io e Diego eravamo uguali. Eravamo due stipendiati del Napoli. Uno sapeva di genio, l’altro era un giovane il cui destino aveva preso accordi solo con sale operatorie. Tante ore insieme. E l’incredibile sai qual è? Che non ho nemmeno una foto con lui. 

Questo album qui davanti, pieno di facce napoletane e squadre che hanno fatto carriera, quando lo sfoglio spero che mi regali una sorpresa: toh, una foto di me e Diego, ma dov’era finita? La cercavo da anni, da quando ci vedevamo quasi tutti i giorni. Se un mito ce l’hai a tiro in continuazione, alle foto non ci pensi. Pensi che c’è tempo. Pensi che lui ha la luna storta e non devi rompergli le scatole per una foto. Eccesso di timidezza. Ma la colpa è anche un po’ sua. Un giorno vado da lui per chiedergli un autografo tutto per me. Lui mi guarda e dice: «No, tu sei un giocatore professionista. Un calciatore non fa un autografo a un altro calciatore. Te lo vedi Platini che fa un autografo a Falcao?». Diego era così.

 

Prima dell’infortunio che mi ha messo fuori uso un anno, lo incrocio in campo. Giochiamo una partita a ranghi misti. Io sto contro Maradona. Ho sempre giocato contro Diego, mai una volta che ci abbiano messi nella stessa squadra. Ad un certo punto lui rincorre un pallone fino alla bandierina del corner. Lo chiudiamo in due, non può scappare. Bene, ancora oggi non so, giuro che non so, come ha fatto ad uscire da quel mezzo metro di campo con la palla tra i piedi. Io ai maghi non ci credo. A Maradona ci crederò sempre. Appariva e scompariva. 

La prima volta che mi è apparso ero alla cornetta, stavo al telefono con Elvira. Mi giro e lo vedo arrivare con un mazzo di rose. Mi chiede: dov’è la signora Maria? Maria era la mamma di tutti al centro di Soccavo. Io mollo lì tutto, telefono e fidanzata, e lo accompagno al piano di sopra. La cornetta penzola ancora. Era la festa della donna. Diego sapeva sempre che cosa regalare alle persone che lavoravano nell’ombra. 

Credo di aver conosciuto il Maradona migliore, quello non ancora tradito dalle debolezze. Era magico e magnetico. Una sera eravamo tutti in sala tv. Lui in pantaloncini, sdraiato su due sedie. Per tutta la sera ho guardato le sue gambe, come reliquie. Volevo capire da dove arrivasse quella magia. Aveva muscoli spaventosi e piedi in apparenza uguali a tutti gli esseri umani. Il campo ha detto che erano ben altro. Sinistro: faceva quello che voleva. Alla fine degli allenamenti si fermava un’ora in più degli altri. Prendeva Zazzaro, il terzo portiere, e gli diceva: la metto là. E là la metteva. Zazzaro usciva pazzo, sbatteva i guanti per terra e Maradona se la rideva. Destro: buono solo a salire sul tram. 

Altre doti? Puntualità zero. Arrivava sempre in ritardo agli allenamenti. Mentre gli altri si scaldavano, lui beveva un po’ di tè chiacchierando col magazziniere a fondo campo. E da lì, quasi dal calcio d’angolo, metteva i palloni su conetti di plastica, o sopra bicchieri del tè rovesciati, e tirava in porta. Tutti dentro, con quelle traiettorie che sfidavano le leggi del pallone e della fisica. 

A Diego piacevano le sfide. Un giorno in mensa ha fatto mettere un dito d’acqua dentro bicchieri di carta e li ha fatti congelare. Poi li ha presi e ha cominciato a palleggiare. Ci provavano anche Bruscolotti e Renica, dovevate vederli. Sembravano ferri da stiro. 

Diego era uno stregone. Stemperava le tensioni pre-partita, da vero leader. Se era il caso, anche prima di gare d’importanza mondiale, palleggiava in giacca e cravatta e lanciava le sue solite sfide. 

Potremmo parlare per ore, di Maradona. Per giorni. Si parlerebbe di un giocatore imbattibile e di un uomo vulnerabile finito nella città sbagliata, nonostante gli sia rimasta per sempre devota. Santa Maradona. Si parlerebbe di Diego e di tutti i bambini battezzati all’epoca col suo nome. Maradona eterno interlocutore di Napoli, antidoto ai veleni della vita e rimedio ai dolori del sottoscritto, Enzo Campolattano, mancino come l’onnipotente Pibe de Oro. Operato cinque volte alle ginocchia. Tre volte per rifare i legamenti, due per asportare tutti e quattro i menischi. 

Nella sfortuna, conoscere Diego è stata la mia grande consolazione. Quei ricordi compensano tutto ciò che la sorte mi ha tolto. Solo per questo, per il fatto di averlo avuto come compagno e maestro, oggi non ho rimpianti.

 

Dal libro "Da Tardelli in poi" - Ugo Splendore - (Editrice Luna Nuova, 2002)