Meglio di Papa Francesco c'è il Racing


I campioni d'Argentina 2014 raccontati da un tifoso italiano

 

Mamma mia come si sta bene sul carro dei vincitori: il Racing Avellaneda è campione d’Argentina e io bevo un bel mate alla salute di Boca Juniors, River Plate, Independiente e San Lorenzo.

Lo ammetto, c’è voluto un po’ (solo 14 anni…) dal giorno in cui mi sono scelto la squadra per cui tifare nella terra che amo di più. Ma ne è valsa la pena. Nella lunga attesa ho imparato a voler bene a questa squadra e a conoscerla: le sue glorie, le sue lune, le sue storie attraversate dalle interferenze del destino, il suo mito che si andava scrostando.

Sono stati anni balbettanti. Mi chiedevano del Racing e non mi andava di rispondere, così cambiavo argomento spaziando dal meteo al rugby, spingendomi fino a riflettere sulla più profonda delle ingiustizie: perché la cioccolata e il dulce de leche fanno male e i cavoli bolliti fanno bene?

Qualche anno fa la Academia, così è soprannominato il Racing da quando vinceva di brutto, ha rischiato la retrocessione e io mi sono sentito molto, ma molto in colpa. Poi ho visto retrocedere River Plate e Independiente e ho capito che non ero io il problema del Racing. Ma soprattutto che c’era gente che se la passava peggio, nella lontana e amata Buenos Aires.

Comunque: quelli là sono risorti in fretta, quegli altri là (il Boca) hanno vinto titoli sparsi e noi del Racing davvero non vedevamo l’ora di levarci la scimmia di dosso.

Penso sia doveroso avvisare il lettore ora, in principio d’opera, che qui si parla di un innamoramento per una squadra di calcio di un altro continente. Roba da maneggiare con cura. Gli uomini di sport forse possono capire, per cui chi si ferma a leggere è perché proprio gli va di sentire una storia di calcio sentimentale con contorno di religione bollita. Le donne, mi sa che stanno già tornando alle loro faccende.

Ai superstiti, racconto.

Correva il 2000, dico: Duemila, dopo Cristo. Vado a intervistare uno dei più grandi giocatori di biliardo della storia, l’argentino Nestor Gomez. In privato mi fa: per che squadra tifi, da noi? Maestro, non ho una squadra preferita, forse il River. Ma lo dico timidamente, insomma non ci credo del tutto, era la squadra che piaceva a mio padre per via di Omar Sivori e niente più, diciamo che aspetto un segno divino. Che arriva lì, sul posto. Nestor Gomez alza gli occhi al cielo e il cielo lo autorizza. Abbassa lo sguardo su di me e dice: non scherziamo. Tu sei del Racing de Avellaneda. La Academia (solenne). Ah, faccio io. Ne ho sentito parlare (vero: c’era nell’albo d’oro della Coppa Intercontinentale, mica gli albi di Topolino). E Gomez, sempre più solenne: è la squadra più nobile, meno infangata, squadra degna tanto di operaio quanto di fine intellettuale. Comunque fai tu: di solito si sceglie la squadra che ha vinto il titolo nell’anno in cui si è nati.

Vado a casa, mi chiudo in conclave, mi documento e… habemus papam: Racing campione d’Argentina nel 1966. E che te lo dico a fare. Era l’anno dei Mondiali d’Inghilterra, nascevano Mike Tyson, Alberto Tomba, Jovanotti e Sophie Marceau, proprio lei, il fischio d'inizio delle tempeste ormonali. Il ’66 è anche l’anno dell’alluvione di Firenze, benedetto Dio, che ancora mi sento in colpa.

Devo dunque al Maradona del biliardo, Nestor Osvaldo Gomez, l’interesse per il Racing, squadra di maglia biancoceleste praticamente uguale a quella della Seleccion argentina. È una squadra del quartierone di Avellaneda, la conoscevo poco, ma abbastanza per fidarmi del maestro. Gli almanacchi raccontavano di 7 campionati consecutivi vinti tra il 1913 e il 1919, poi anche nel ’21 e nel ’25 (era un po’ il Genoa d’Argentina). E altri titoli fino ad arrivare al 17°, conquistato domenica 14 dicembre 2014.

C’è una lastra di buio dopo i successi iniziali del Racing: 20 anni di niente. Al risveglio dal letargo, la Academia fa triplete nel 49-50-51. In quegli anni viene inaugurato il nuovo stadio, intitolato a Juan Domingo Peron, presidente dell’Argentina dal ’46 al ‘55 che aveva al suo fianco un gran centravanti, Evita Peron, e nello spogliatoio teneva più di uno scheletro nell’armadietto, tipo l’aver dato asilo politico ai criminali nazisti che scappavano dal linciaggio dell’Europa.

Lo stadio è conosciuto come El Cilindro de Avellaneda, per la forma rotonda. Ci sono stato in pellegrinaggio nel 2008 e ho conosciuto il vecchio custode, d’origine napoletana, fiero delle sue origini. Quando parlava dei trionfi della Academia, quel sacrestano del futbol lo faceva con un tono, come dire, solenne.

El Cilindro dista 500 metri dallo stadio dell’Independiente, cioè gli altri, gli innominabili. Più odiati delle tasse e delle malattie veneree. C’è un odio reciproco e inarbitrabile con i diavoli rossi, che ben si conserva. La rivalità in Argentina corre sui binari Boca-River e Racing-Independiente. La quinta sorella, il San Lorenzo de Almagro, si limita a screzi con l’Huracan, che fa tappezzeria. Adesso il San Lorenzo è sulla bocca di tutti perché vanta il papa tifoso, Papafrancesco, tessera numero 88.235, che per loro è uno spot mondiale.

Noi fino a ieri un tifoso così glielo invidiavamo, a los cuervos, perché sarà un caso, ma da quando lui è sommopontefice il San Lorenzo ha vinto campionato e Copa Libertadores, la Champions League del Sudamerica, dopo una lunga quaresima. Però quest’anno ha vinto il Racing, per cui rimane in piedi solo una tesi: che Dio ama i santi, ma non disdegna i peccatori. L'idea che un papa tifoso ti faccia vincere tutto, è ormai decaduta. Caro Papa Francesco, la messa è finita. Ora occupati della curia mondiale e il resto lascialo fare a noi del Racing.

Ma torniamo al santuario del Racing. Ci sono tornato nel 2011 a vedere Racing-Newell’s, di sera, e mi ha rapito la coreografia della Guardia Imperial, gli ultras più ultras. Il mio vicino di posto, tal Hypolito che veniva dalla lontana Patagonia, diceva che quello non era che un decimo di ciò che erano capaci di fare.

Infatti un anno dopo hanno realizzato uno striscione da guinness dei primati, in pratica una bandana biancazzurra che copriva tutta la curva. Trecento metri di gratitudine.

Ho provato a immaginare cosa provasse tutta quella gente lì, anche solo per pochi secondi, dietro quel coso enorme che mostrava al mondo, ondulando, una fede ferma e al tempo stesso oceanica. Non erano dieci invasati dietro un lenzuolo matrimoniale: erano migliaia di fedeli alla loro messa preferita, al loro Angelus.

Ecco, questo mi ricordo di quella partita vinta 3-0 con doppietta di Teofilo Gutierrez (oggi nemico, al River): la curva che cantava un’ora prima del match, durante tutto il match e un’ora dopo il match; poi c’era il profumo di asado mentre uscivo dallo stadio, la gente che parlava di quanto fossero bravi Teo e il Demonio Gabriel Hauche (mezza stagione al Chievo, con iscrizione alle liste di disoccupazione) e come promettesse il fantasista Centurion, un anno al Genoa con iscrizione alle liste di disoccupazione.

Hauche e Centurion sono tornati a casa per vincere lo scudetto. Centurion, dandoci di testa, ha segnato il gol che ha portato il titolo al Racing: 1-0 al Godoy Cruz nell’ultima funzione dell’anno, con i fedeli attorno all’altare verde che con il passare dei minuti cominciavano a trasfigurarsi.

Ma il ritorno più grande è stato quello, dall’Inter, della reliquia vivente Diego Milito, già protagonista del titolo del 2001 quando io mi ero appena scelto la squadra per cui tifare in Argentina e tutto mi era parso così bello, semplice e naturale.

El Principe ci ha messo gol ed esperienza, quella che mancava al Racing, una squadra sempre più giovane che da anni vende i talenti per miracolare il bilancio. Va così il calcio argentino: polmoni, pedate, cessioni di sentimenti, piccoli suicidi tra amici nelle partite che contano e tante, tante preghiere. Vince chi si professa meglio.

Insomma, il Racing è tornato. Non si sa per quanto, claro. Il calcio argentino è così effimero da farti andare a dormire sotto una coperta di stelle e farti risvegliare sotto un cumulo di letame. Guardandolo, quel calcio comincia a fare tenerezza. Fino a ieri si giocavano due campionati in un anno e il ritmo era frenetico: tutto e subito, non c’era alternativa. Apertura e Clausura. E poi qualche morto negli scontri tra tifosi, tristi sacrifici pagani alla religione di stato, perché il calcio in Argentina è religione di stato e pure i pontefici lo sanno.

Il Racing è tornato e il mio brindisi da così lontano è un grazie. Grazie per aver fatto da cavallo di Troia, per avermi fatto entrare dentro il calcio argentino che pochi conoscono bene e che racconta, da oltre cent’anni, storie incredibili. E spesso le fa raccontare da scrittori e giornalisti altrettanto incredibili, oltre che meravigliosamente ed epicamente bravi.

Cosa mi piace del Racing? Del Racing mi piace lo spirito di appartenenza, buono da condividere anche a 15mila chilometri di distanza. Facendoci caso, i tifosi delle altre grandi d’Argentina hanno tutti un nomignolo: xeneises (genovesi, il Boca), millonarios (River), diablos (Independiente) e cuervos. Quelli del Racing non ce l’hanno: si parla di Academia, un titolo di nobiltà, anche se hanno più scudetti il River (36) e il Boca (30).

Del Racing mi piace guardare le gesta in streaming la notte, per il fuso orario. La partita più dimagrante è stata quella del sorpasso a tre giornate dalla fine al River Plate: 1-0, golletto all’inizio e poi alabarde spaziali su ogni pallone.

Una partita che non si è fatta mancare nulla. Infatti il giorno dopo la tv ha mostrato un momento in cui le telecamere catturano lo spettro di un giocatore che si sta scaldando a bordo campo, passando davanti ai tifosi. Cioè: si distingue un tipo che corre, peccato che in quel momento non si stia scaldando nessuno.

Quello è un fake, cioè un’illusione creata al computer ed entrata chissà come nel circuito delle immagini, ma a noi del Racing piace pensare che quello sia, come lo hanno individuato i vecchi tifosi esperti di fatti dell’Academia, lo spettro di Natalio Perinetti, storico attaccante del Racing tra il 1917 e il 1933, titolare cioè di 16 stagioni ad alta fedeltà.

Un po’ di poesia non guasta, quando la messa è così solenne da scomodare i santi e le liturgie secolari del tifoso, sia egli nato con quella fede incorporata o convertito da un campione di biliardo fattosi missionario.

Egli mi pose la stecca da biliardo sul capo e (solenne) disse: tu da ora sei del Racing Club de Avellaneda. La Academia (più solenne, ancora).

 

Ugo Splendore - dicembre 2014