Besiktas, quelli contro


Passione fuori misura e antagonismo: ecco cosa significa tifare per la più antica squadra turca

La curva calda del Beşiktaş con gli ultras del Çarşı - FOTO UGO SPLENDORE
La curva calda del Beşiktaş con gli ultras del Çarşı - FOTO UGO SPLENDORE




È scritto nel destino di un vero appassionato di calcio cercare, a più riprese nella vita, soddisfazioni nei campionati esteri. Si comincia di solito simpatizzando per un club che incanti o che in qualche modo rappresenti: Real Madrid e Barcellona, ad esempio, sono le sponde opposte del calcio di potere e del calcio di popolo. In Inghilterra c’è invece l’imbarazzo della scelta tra tradizione (le squadre londinesi) e trofei collezionati (Manchester United).

Nella scelta ci si orienta seguendo le stelle più luminose: guardando a Londra e Manchester, Parigi, Monaco di Baviera. Si cerca una squadra vincente per grazia o per natura. Per questo sono rari i fans italiani del Crystal Palace e del Montpellier.

L’esplorazione di solito finisce qui. Quando però si fa rotta verso la periferia europea, allora ci si deve davvero preoccupare. Diventare tifosi del Celtic, dell’Ajax o dello Sporting Lisbona è già un impegno che si prende con se stessi e con il mondo. Bisogna metterci un po’ di cuore in più.

Di conseguenza, quando si diventa fan del Beşiktaş, squadra del campionato turco, allora vuol dire che davvero si è varcata l’ultima frontiera della passione. Perché è come andarsi a cercare una nuova religione. Un conto è il Galatasaray, figlio di un liceo, emblema dell’elite. Un conto è il Fenerbahçe, l’altra grande di Istanbul, piena di soldi e tifosi vip. Due squadre ricche, ma soprattutto club di potere e tradizione. Ma il Beşiktaş...

Il Beşiktaş è l’outsider. Furia vivente, barricata sempre in mezzo, squadra di quartiere: 13 campionati vinti contro i 19 a testa di Galatasaray e Fenerbahçe, 9 coppe di Turchia. Squadra di popolo, di ruggine. Squadra di sangue e plebe, di esuberi della società, di sfortunati e operai, di pochi notai e molti disoccupati. È la squadra preferita degli armeni. Dicono che il Galatasaray è la squadra preferita degli ebrei, il Fenerbahçe dei greci. Il Beşiktaş raccoglie il meglio e il peggio, li fonde in un unico urlo.

C’è il Bosforo ad assistere alle partite del Beşiktaş. Lo stadio dista 500 metri dal mare, prima che si faccia stretto: è uno stadio vecchio da 32mila posti, c’è un progetto per farne uno nuovo.

L’ Inönü Stadium è continuamente presidiato dai tifosi bianconeri: chiacchierano per metà settimana di quello che è successo e, per l’altra metà, di quello che succederà. Quando la squadra è in trasferta, è come se mancasse un cuore da un corpo.

Quando è giorno di partita, c’è un’elettricità unica. Poco distante, una moschea importante e qualche bar, dove si beve e si può fumare. Sparsi in giro, venditori di gadget. I tifosi scendono da casa, qualcuno potrebbe farlo in ciabatte. Il quartiere è il feudo delle Aquile Nere: sconsigliatissimo entrarvi con addosso una maglia del Gala o del Fener. Si rischia lo scalpo.

Il Beşiktaş è stato fondato nel 1903, anche si ci vollero sette anni (gennaio 1910) per l’ufficialità. C’era ancora l'Impero Ottomano in piedi, il calcio era bandito. Beşiktaş era una polisportiva e tale è rimasta: lotta, sollevamento pesi, ginnastica e boxe, oggi basket, volley e pallamano. Un senso collettivo di appartenenza, solido e corporativo come pochi.

Il Beşiktaş è la squadra più vecchia di Turchia. Per amor del club, ci sono state anche delle morti (ma questo per il calcio turco non è una novità, a dire il vero). I vecchi lo soppesano, da fuori: raffrontano il passato terso con il presente nuvoloso, perché la squadra non vince il titolo dal 2009.

I giovani vedono invece due mete nel Beşiktaş: la vittoria sempre, contro tutto e contro tutti, ed entrare tra gli ultras del Çarşı, la curva più calda della Turchia e con pochi eguali al mondo.

Çarşı significa mercato, bazar. Nelle sciarpe, nelle bandiere e in qualunque scritta, la lettera A è sostituita dal simbolo anarchico, rigorosamente in rosso. Va ancora di moda il Che. Il pubblico delle tribune segue in tutto e per tutto i cori del Çarşı, che detta le regole del gioco sugli spalti. Chi non tifa è preso di mira, di brutto.

Da questi dettagli si comincia a cogliere cosa anima la tifoseria del Beşiktaş incarnata dal Çarşı. Qui si va oltre il termine di ultras. Non è facile da spiegare, forse non lo sanno spiegare nemmeno loro. Il fatto è che nel contesto del calcio turco, dove il pallone è la droga pesante del popolo, andare oltre il tifo più acceso sarebbe come finire in fuorigioco, cadere nel fanatismo più totale.

Ebbene, quelli del Çarşı riescono ad andare oltre pur rimanendo dentro un contesto tutto sommato civile, diciamo dentro la legalità. L’unica violenza che sprigiona la curva del Beşiktaş è quella del trasporto emotivo, che si traduce in decibel e in cori continuativi, abbinato alla durezza della posizione degli ultras. Sempre pronti a sostenere la squadra, ma impietosi con il singolo giocatore che con un errore condiziona la partita. Detto tra noi, non farei mai il portiere del Beşiktaş.

C’è solo la squadra. C’è solo la fede. Ogni giocatore viene chiamato a difenderla. Durante il riscaldamento pre-partita, ad uno ad uno i giocatori del Beşiktaş vengono «convocati» dagli ultras. Quando sentono il loro nome, si staccano dal gruppo, vanno sotto la curva e si caricano con i tifosi incalzandoli per tre volte di fila.

Sono i tifosi stessi a raccontarti chi sono, loro. Impari che: 1) sono forti donatori di sangue, e forse non è un caso; 2) non hanno capi, al massimo c’è qualcuno più carismatico che si dà da fare; 3) non tutti sono malati di calcio, qualcuno è semplicemente contro i poteri forti, contro i capitalismi, contro le ingiustizie sociali, e qui trova il suo modo di contestare.

L’anno scorso è successo un fatto storico in Turchia: tra gli scontri di piazza Taksim, durante le violente manifestazioni contro il governo del presidente Erdogan, c’è stato un incredibile gemellaggio tra i tifosi di Beşiktaş, Galatasaray e Fenerbahçe. Per simboleggiare l’unione del popolo, in tutti i ceti sociali e in tutti i ceti calcistici.

Qui di solito è il contrario: il calcio divide i turchi e l’ultima cosa che genera è la solidarietà tra ultras. Negli anni ottanta giravano coltelli, spade e pistole, sembrava un far west. Poi è stata stipulata una tregua, anche perché il governo ha introdotto leggi severe sul possesso di armi dentro e fuori lo stadio.

Ma non è che ora a Istanbul ci sia un tifo alla valeriana: nel settembre 2013 in Besiktas-Galatasaray c’è stata un’invasione di campo bella e buona. In pieno recupero, sul 2-1 per il Gala, il centrocampista brasiliano del Galatasaray Felipe Melo (ex Fiorentina e Juve), viene espulso per un fallaccio e, uscendo dal campo, provoca i supporter del Beşiktaş alzando al cielo la maglia. Quelli del Çarşı la prendono malissimo e invadono il terreno di gioco costringendo l’arbitro a sospendere la partita. Volano seggiolini e le tifoserie si scontrano, la polizia ricorre ai lacrimogeni.

Le fedi calcistiche di Istanbul rappresentano il suo complesso sociale e il suo ruolo di ponte tra oriente e occidente. Differenze talvolta abissali che si fissano, una davanti all’altra.

La prima cosa da non fare a Istanbul è cercare un albergo in pieno centro, in zona moschee. Il muezzin, quando attacca la preghiera del mattino, ti fa rimpiangere la scelta. I megafoni sui minareti ti strappano dal sonno e ti spediscono in strada. C’è, per fortuna, una città bellissima da vedere.

Gli interni scrostati delle chiese, i lampadari. Le moschee, le fontane e le panchine. Quello del kebab. Quello delle guide turistiche. Il giornalaio.

Il Gran Bazar. Le spezie. I colori, i profumi, i rumori. Il prezzo da trattare. Le banconote. Le monetine. I passi della gente. La calca. Gli abiti scuri.

E ancora: il rumore della lingua, i piatti speziati, il pane caldo e gonfio, con i semini. I dolcetti al pistacchio. Il succo di melograno: il rosso vivo del frutto, il rosso scuro del succo.

I taxi gialli. Tenga il resto, tanto non ci capiamo. Il lungomare. L’interno, le vie acciottolate. Il ponte di Galata con i suoi pescatori e l’intreccio di canne da pesca, i pesci piccoli a far numero nelle cassette.

La Torre di Galata. La vista sul Bosforo. Il Bosforo, in persona. L’acqua d’acciaio pizzicata da traghetti silenziosi. I luoghi comuni. Il fumo.

Bambini che vendono. Storpi che vendono. La notte. Quelli del Çarşı che tornano a casa dopo la partita e insultano in coro Fener e Galatasaray.

Un incrocio pericoloso di fedi calcistiche, Istanbul, che vista da uno stadio assume quei contrasti forti che ricalcano gli alti e bassi del suo panorama intervallato da minareti e palazzi, da cupole e parchi.

Un incrocio nel quale tifare Beşiktaş è un momento quasi eterno di un’appartenenza a una sorta di città-stato del calcio, come possono essere Newcastle, Mainz, Firenze. Solo che qui siamo dentro una capitale da 13 milioni di abitanti, dal vasto assortimento quotidiano di idee e problemi.

 

agosto 2014