Yemen, il calcio tra i kalashnikov


La casa dei nonni di Bin Laden. Proprio lui. Proprio loro che dallo Yemen migrarono in Arabia con biglietto operaio di seconda classe poco prima degli anni 20. La guida Mohammed, faccia da cinema con baffo pesante, dice che la casa è là nel mucchio, in quella città sdentata che scivola verso un wadi a metà cammino tra il deserto dell’Hadramawt tutto pietra e incensi e la torrida costa meridionale.

Il wadi è il letto secco di un fiume, una specie di canyon nel quale si vendono cammelli, si pratica tiro a segno con il fucile e qualche volta si va a giocare a pallone. Qui per esempio c’è una porta isoscele che non fa ombra manco a uno scorpione e sotto ci sono dei bambini che litigano su chi deve fare Kakà e chi, di conseguenza, buscarle. Questo dice Mohammed. Lui il pallone lo vede solo come un gioco da bambini. Confonde Lippi con Scolari e Ronaldo il Vecchio con Ronaldo il Giovane. D’un tratto tira fuori il kalashnikov e spara alle rocce della montagna. Così.

Lo sport nazionale dello Yemen è, per l’appunto, il kalashinkov, arnese che tutti gli ometti imparano maneggiare da piccoli. Poi volendo c’è il calcio, che fa movimenti dispendiosi in questi periodi di consegne tra Europei e Mondiali, tra Coppa d’Asia e Coppa America. Su YouTube scorrono partite della nazionale maggiore che segna bei gol ai vicini di casa e dell’under che dà spettacolo nella finale dell’Arab National School Cup contro l’Iraq. I telecronisti si esaltano alla sudamericana. I portieri indossano i pantaloni della tuta, forse perché il livello della loro complicità nei gol è da brividi.

Ma un conto è la tv e un conto è la realtà che si incontra viaggiando in questo Paese densamente spopolato nel quale è facile constatare come la visione del pallone si distorca tra l’emulazione goffa dell’occidente e l’irrequietezza dei luoghi, il più delle volte aspri. In questo distretto mediorientale il pallone fa proseliti e regala entusiasmi nonostante manchino le basi.

Nello Yemen ci sono una federazione e un campionato dal 1979, più una nazionale di colore biancoverde molto fiera, benché ininfluente sulla rotazione del globo calcistico: mai un match in Coppa d’Asia, i mondiali sempre visti in tv. Nel 2007 lo scudetto è tornato nella capitale San’a’ riportando in auge l’Al Ahli, vincitore per la decima volta. Il titolo è passato dalle montagne ritrasferendosi a nord dopo aver soggiornato a sud-ovest, nella bacheca afosa dell’Al Saqr di Ta’izz.

Yemen del Nord e Yemen del Sud, un tempo divise, si sono scontrate negli anni 70, poi si sono unite nel 1990. Così pure le due nazionali, come in Germania. Una guerra civile nel ’94 ha disossato il Paese e anche il campionato. E mentre al mondiale americano Baggio e Baresi frignavano sul dischetto, lo Yemen versava alla sua storia riunita di stato carovaniero l’obolo di 7mila morti e 15mila feriti.

Il calcio è ripartito con la ripresa economica e fino al 2002 gli scudetti sono tutti finiti a San’a’, un impasto straordinario di case di fango decorate come da nessuna parte al mondo. I titoli se li sono spartiti l’Al Ahli e l’Al Wahda. San’a’ è una città speciale, patrimonio dell’Unesco per la sua architettura inimitabile. Lo stadio «Al Morisi» sa molto di provincia. C’è tanta polvere. Gli yemeniti e la polvere sono parenti stretti. Calcisticamente la polvere è il valore aggiunto delle partite, l’effetto speciale che trasforma le mischie in una zuffa western e le fughe di un’ala in uno spot sulla velocità.

San’a’ è il posto dello Yemen dove si gioca di più a pallone. Vista dall’alto, la capitale segue sui tetti piatti dei palazzi un solo, rigido protocollo: antenne paraboliche arrugginite e maglie messe a stendere su fili molli. Il merchandising non è ancora sbarcato e le maglie da calcio sono al massimo regali di turisti spagnoli e italiani. Inglesi no. Gli inglesi hanno azzerato la loro presenza turistica dopo la guerra in Iraq. Si vedono anche maglie di squadre arabe, su tutte quella gialla e nera dell’Al Ittihad, la Juve saudita.

Mohammed, sempre lui, dice che il calcio è una droga nostra, non loro. Ma ammette che i giovani più guardano la televisione, più si appassionano al calcio. In pratica imparano a giocarlo guardandolo in tv e questo spiega tutti i limiti del movimento. E’ come se da noi i bambini cominciassero a giocare a pallone per imitare quei cartoni animati dove un difensore fa gol da 70 metri bucando la rete e un portiere para un tiro potentissimo scagliato a 20 centimetri dalla porta. Pensando che quello sia il calcio reale.

L’altro limite sono i campi da gioco. A Manaka, tra le montagne intorno alla capitale, all’imbocco della città ci sono le porte ma il campo, addossato a un muraglione, è occupato da avanzi di costruzioni. Pietroni e blocchi di cemento. Se capiti nel bel mezzo di un matrimonio non ti chiedono se vuoi fare due tiri a pallone ma se vuoi provare a sparare alla montagna o alle bottiglie. Però ti offrono sempre un tè caldo, come tra primo e secondo tempo.

Nel sud, a Say’un, dove in questa stagione i 40 gradi sono la norma, si gioca in piazza di notte, sull’asfalto ancora caldissimo, alla luce di fiochi lampioni e delle lanterne magiche delle botteghe. Solo i bambini sfidano il giorno andando a fare la pedicure su uno spiazzo malandato fuori le mura. Dalla loro hanno un entusiasmo pazzesco e un paio d’alberi che fanno ombra sulla fascia. Della vorticosa telecronaca che ne esce non si capisce nulla salvo, facendo molta ma molta attenzione, i nomi di qualche stella del calcio. La cosa più sconvolgente è quando cogli perfettamente un cognome: Gattuso. Te ne vai perplesso, non dopo che loro ti abbiano chiesto una foto di squadra. Nello Yemen le foto di squadra si fanno in qualunque momento della partita, non c’è un dirigente incravattato e solenne che dice no, niente foto, perché porta sfortuna.

A Shihara, città arroccata su altre montagne poco lontano dalla capitale, i bambini giocano su angusti terrazzamenti subito dopo aver visto, non si sa come e dove, la partita in tv. Una qualunque partita di un qualunque campionato. Piace il calcio-giocoleria. Il palleggio, l’illusionismo. Ronaldinho è considerato una specie di David Copperfield. Lievita sul pallone. Ti fa vedere quello che non c’è. Il doppio passo è una ispirazione filosofica, in compenso il passaggio «no-look» non lo fa nessuno perché è troppo.

La visione del calcio mondiale risulta perciò astratta. Il mago dell’Italia per loro è Buffon perché fa sparire i palloni tra i guanti. A Shihara spariscono molti palloni: basta un tiro maldestro per farli precipitare nel vuoto, come da una rupe tarpeia. Qui si è costretti a giocare palla a terra sul serio.

Nei dintorni di Saada, nel nord-ovest del Paese, il pallone vive invece dentro la ribellione dei ribelli. Si gioca poco. Perché qui lo sport del kalashnikov è più praticato che altrove. Nell’ultimo lustro quasi mille morti all’anno negli scontri tra i ribelli zaiditi e le forze governative. Dietro ci sono giochi politici che vanno e vengono da lontano, altro che Calciopoli. Poco più di un anno fa ci sono andati di mezzo di nuovo i turisti: sette spagnoli e due guide yemenite saltati in aria.

Nei villaggi del profondo west, tramonto e polvere, i ribelli rimuovono le targhe dalle auto e, se ci fossero, strapperebbero anche i numeri civici delle case di fango. Nelle bancarelle dei mercati, a fianco dei generi di primo consumo viene esposto tutto l’occorrente per il guerrigliero, dal mitra al coltello alla bomba a mano. I palloni sono di stracci, di stadi non ce ne sono e di arbitri, naturalmente, nemmeno l’ombra.

 

Scritto per il Manifesto – luglio 2008